Iran in moto: XII^ puntata

23 agosto: Yazd – Chak-Chak – Yazd (140 km)

Sveglia. E’ un delitto dover abbandonare questi letti con lenzuola fresche, pulite e profumate per rivestirsi con giacche e pantaloni che ormai si reggono in piedi da soli, ma stamattina ci aspetta Chak-Chak.

Sulle cartine non è indicato, ieri all’ufficio del turismo di Yazd hanno tentato di dissuaderci dall’andarci con i nostri mezzi…
“Sapete non è facile trovarlo, la strada si inoltra nel Dasht-e Lut, non passa nessuno, potrebbero esserci problemi…”
Vabbè, ma quanto costa il giro con il pulmino? Cosa? Ok, si va in moto!
Abbiamo Gps, mappe, bussole, briciole di pane per ogni evenienza…

Al primo incrocio, ancora dentro Yazd, già ci guardiamo intorno spaesati… in una frazione di secondo siamo circondati da iraniani che vogliono aiutarci. Alcuni di loro neanche sanno cosa sia questo Chak-Chak, poi qualcuno pare che lo conosca, un altro ci regala un dettagliatissimo atlante stradale dell’Iran però in lingua farsi, un altro telefona ad un suo amico e consegna il telefono a Daniela… Insomma in Iran magari ti perdi, ma certo non muori in solitudine.

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Dopo aver sbagliato strada un altro paio di volte, finalmente puntiamo verso il deserto, c’è una strada che si perde in lontananza e anche se non dovesse portare a Chak-Chak, pazienza, è comunque bellissima e c’ha, aspro, il sapore dell’avventura. Andiamo.
Gli ultimi km di pietraia sono la ciliegina sulla torta. Arriviamo ai piedi della montagna, oltre non si può andare a meno di avere una moto da trial.

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Più in alto, sul pendio, c’è un gruppo di iraniani fermi all’ombra di un muro, ci guardano arrivare e non smettono di ridere. Lasciamo giacche e caschi sulle moto, facciamo le foto rituali, e poi attacchiamo baldanzosi le ripide rampe di scale che dovrebbero portare alla grotta dove arde il famoso fuoco eterno sacro agli Zoroastriani.

Come è ovvio con quel caldo, alla prima rampa stiamo già boccheggiando come pesci rossi in cerca di ossigeno quando, in nostro soccorso, arrivano fortunatamente gli iraniani di prima che ci raccolgono con il cucchiaino e ci invitano ad accomodarci su una terrazza in attesa del tè. Non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di rifiutare e ci buttiamo esausti e assetati sui due tappeti stesi all’ombra, uno per gli uomini ed uno per le donne.

Il baffo c’ha due mogli e una quindicina di figli. Uno di questi è un personaggio di una comicità travolgente, è difficile non scoppiare a ridere al solo guardarlo.

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Facciamo la nostra solita figuraccia buttando le pietruzze di zucchero dentro il bicchiere invece di metterlo in bocca come fanno loro e la cosa li diverte parecchio anche perché questo zucchero che usano in Iran è buonissimo anche se duro come la pietra e gli svuotiamo la zuccheriera.

L’allegria non manca e le foto, i baci, i biscotti, il tè, il vocabolarietto italiano-farsi fanno il resto.

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Basterebbe questo incontro per giustificare la pietraia per arrivare a Chak-Chak.

Dopo aver passato in allegria un’oretta ci rimettiamo rinfrancati e motivatissimi sulle scale ed arriviamo alla grotta.

Immaginate un deserto con una montagna al centro. Su questa montagna arida e arroventata c’è una fenditura. Da non si capisce bene dove penetra dell’acqua che dalla volta della grotta cade a gocce, ritmicamente, sul pavimento in marmo che circonda l’altare dove arde il fuoco eterno. Quale è il rumore che fa l’acqua cadendo sul pavimento? Chak… Chak….

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La sensazione dei piedi nudi sul fresco e bagnato pavimento di marmo, mentre fuori l’orizzonte è falsato dall’onda di calore che sale dalle sabbie del deserto, è unica.

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Due uomini mi si avvicinano e mi chiedono sottovoce a che religione apparteniamo…. stavolta gli rispondo subito “Cattolica” senza pensarci due volte. Mi dicono di essere musulmani, mi stringono entrambi la mano e se ne vanno.

Rimaniamo in contemplazione di questo posto magico ancora per un po’ da soli, in compagnia dell’anziano custode, poi, sempre in silenzio, ci rimettiamo gli stivali lasciati fuori della grotta e ognuno perso dietro i propri pensieri riscendiamo per riprendere le moto.

Sulla via del ritorno Moroboschi dà senso alle sue ruote tassellate e lancia l’Africa dritta in fuoristrada contro le montagne bianche. Porta con se delle bottigliette da riempire con la sabbia da raccogliere sulle dune immense che si innalzano ai lati della strada. E’ un piacere guardarlo allontanarsi, diventare sempre più piccolo e infine lasciare la moto, chinarsi e scavare una piccola buca alla ricerca dei granelli più puri del Dasht-e Lut.

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Rientriamo a Yazd con qualcosa che difficilmente dimenticheremo…

La giornata è ancora lunga e cerchiamo di sfruttare ogni minuto, consapevoli che tra qualche giorno tutto questa magia che stiamo vivendo sarà solo un ricordo.

Il bazar ci accoglie a braccia aperte. Mettiamo su un teatrino in una bottega di tessuti cominciando a contrattare ferocemente i prezzi di stoffe, cuscini e tovaglie bellissime… Inizialmente il commerciante regge discretamente “botta” ma poi con Moroboschi che indossa un gilet preso dagli scaffali tutto imperlinato che lo fa risplendente come un marajà ed io che passo dall’altra parte del bancone per mettermi a vendere la roba del bottegaio contrattando i prezzi con Moroboschi e facendo gli interessi del commerciante, la situazione degenera. Il bottegaio comincia a sudare copiosamente poi, non riuscendo più a capire perché mai io mi ritrovi dietro al bancone, vicino a lui, a fare i suoi interessi, chiama il suo “boss” per farsi dare manforte. Accorrono altri iraniani e delle ragazze spagnole che avendo capito che li ci si fanno quattro risate e probabilmente si risparmia pure, si uniscono alla baraonda.

Ce ne andiamo felici e sorridenti con due sacchetti colmi di regali da riportare in Italia.

Usciamo in strada e mentre cerchiamo di orientarci tra i pedoni, una ragazza si avvicina a Daniela e le chiede se abbiamo bisogno di aiuto. Approfittiamo e le chiediamo un posto per mangiare in maniera tradizionale e non turistica. Si avvicina anche il fratello che intanto ha parcheggiato la macchina lì vicino e ci portano in una sala da tè dove scambiamo quattro chiacchiere e li invitiamo a cena.

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Dopo varie insistenze riusciamo a convincerli. Saliamo tutti e cinque sulla Saba bianca e ci portano attraverso gli stretti vicoli di Yazd, con gli specchietti retrovisori che strusciano le pareti, in un ristornate raffinatissimo. Musiche d’atmosfera, giochi d’acqua e un cibo davvero eccellente coronano una serata indimenticabile.

Ci riaccompagnano in albergo e poco dopo Daniela si accorge di aver perso il PORTAFOGLIO!!!!! Ok, niente panico…dove pensi di averlo perso? Qui fuori? Sotto il letto? Nella hall?….??? No, nella macchina degli iraniani!!!! Ok, PANICO!!!! Per fortuna Moroboschi si era scambiato il numero di telefono con il ragazzo iraniano e Daniela chiama. Dopo pochi minuti ci dicono di aver ritrovato il portafoglio in macchina. Ce lo porteranno l’indomani mattina presto. Ci addormentiamo sereni con la certezza che la mattina dopo Daniela riavrà il suo portafoglio.

tredicesima puntata>>>

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