Iran in moto: XIV^ puntata

25 agosto: Kashan-Qom-Teheran-Qazvin

Andiamo di corsa.

Moroboschi ha promesso un’intervista ad un’emittente radiofonica di Teheran che all’interno di una rubrica in lingua italiana vorrebbe inserire la nostra esperienza di viaggio e le nostre impressioni sull’Iran.

L’appuntamento è per oggi a Teheran; siamo un po’ combattuti… siamo costretti a fare un tappone saltando necessariamente la visita a Qom e fermandoci giusto il tempo per immortalare un mosaico che è l’emblema politico iraniano degli ultimi anni e buttarci in un lago salato…

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……ma l’idea di essere intervistati dall’inviata Nazanin Motevasseli ci attrae molto.

Il luogo dell’incontro lo decidiamo noi: proprio di fronte all’ ex ambasciata americana, che qui hanno ribattezzato “il covo di spie” assaltata dagli studenti iraniani nel 1979 e mai più riaperta.

Arrivare a Teheran ad Agosto, in moto, per attraversarla e giungere nel centro di questa metropoli di 16 milioni di abitanti credo sia una delle esperienze motociclistiche psicologicamente più devastanti e al tempo stesso esaltanti che si possa immaginare, a patto di uscirne vivi per poterla descrivere.

Dunque la fredda cronaca.
Si giunge in prossimità dei primi anelli di tangenziali concentriche di Teheran con l’orizzonte completamente oscurato dalla città.

Credo di aver sperimentato la stessa emozione mista a terrore che devono aver provato gli assalitori di Stalingrado:

I tassisti iraniani stanno sportello contro sportello al di là delle barricate pronti a respingerti come una testuggine d’acciaio, i pulmini collettivi non aspettano altro che di asfaltarti e tutti gli altri, automobili, motorette, autobus e camion sono in attesa di farti lo scalpo da riportare come trofeo a casa.

Ogni centimetro conquistato in questa bolgia sarà una vittoria ….mi riviene in mente il film con Al Pacino e il suo memorabile discorso pre-partita:

“Siamo all’inferno adesso, signori miei. Credetemi. E … possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta… fa parte della vita. Capitelo …Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate. Mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi …

In questa squadra si combatte per un centimetro. In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro. Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire. E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro. E io so che se potrò avere un’esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì. In questo consiste, e in quei 10 centimetri davanti alla faccia. Ma io non posso obbligarvi a lottare! Dovrete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi. Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra, signori miei! Perciò … o noi risorgiamo adesso, come collettivo, o saremo annientati individualmente. E’ tutto qui. Allora, che cosa volete fare?”

(Ogni Maledetta Domenica titolo originale Any Given Sunday)

Ci guardiamo, ingraniamo la prima e ci buttiamo in mezzo alla mattanza.
Arriviamo a Ferdosi Square letteralmente distrutti dalla tensione e dalla lotta. Ci si avvicinano due ragazzi, uno è italiano e l’altro iraniano.
Capiscono al volo la drammatica situazione e arruolano un ascaro su un motorino per farci scortare fino all’ambasciata.

Questo sul motorino sta sui 40 abbondanti, ci guarda sornione, abbozza un mezzo sorriso, sputa per terra e, facendo cenno di seguirlo, parte…. a razzo.
Qualunque immagine di pischelli nostrani a bordo di cinquantini elaborati che fanno la gimcana in mezzo al traffico italico levatevela dalla testa.
Nel traffico di Teheran dell’ora di pranzo Valentino Rossi sarebbe un fermone, insomma, una mezza sega. Qui siamo a livelli irraggiungibili, qui fanno la Storia dell’incoscienza su due ruote.

Non posso descrivere le nefandezze che abbiamo subito e compiuto per paura che ci ritirino la patente retroattivamente.
Dico solo che su alcuni tratti ho chiuso gli occhi, in altri ho invocato S. Cristoforo, altre volte avrei voluto uccidere e altre volte morire.
Un solo esempio: pensate che sia possibile prendere una tangenziale contromano zigzagando tra canali di scolo e tombini semi aperti e pedoni suicidi? A Teheran sì. Punto.

Non so come ma arriviamo a destinazione. Taleqani Avenue, proprio di fronte l’ex ambasciata Usa.
Teoricamente saremmo pronti per una qualsiasi azione eversiva suicida ma cerchiamo di riprendere una postura civile per affrontare l’intervista.
Nell’attesa proviamo comunque a farci ammazzare dalle guardie iraniane scattando foto vietate ai murales che ornano il muro dell’ex ambasciata.

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Daniela c’ha un mezzo alterco con un pasdaran convinto dell’inferiorità delle donne.
Moroboschi fa finta di consultare cartine mentre di soppiatto scatta fotografie a ripetizione.
Con supremo sprezzo del pericolo approfitto del fatto che un guardiano sta chiudendo il portone e, attraverso la sua guardiola, entro nei giardini dell’ambasciata americana. Appena se ne accorge si mette le mani nei capelli e poi senza tanti complimenti mi sbatte fuori.
Insomma pure lì non ci facciamo parlare dietro.

Intanto riceviamo la notizia che l’intervista è purtroppo saltata. Non serve che ce lo ripetano due volte e rimontati sulle moto, dopo una decina di tentativi riusciamo finalmente a sfondare l’accerchiamento e a riparare a Qazvin.

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quindicesima puntata>>>

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