Iran in moto: XV^ puntata

26 agosto: Qazvin – Rasht – Masuleh – La Tenda Rossa (N37 40 52.6 E48 28 41.0)

Si parte presto da Qazvin perché in realtà ci stiamo dissociando mentalmente e non sappiamo dove andare e cosa fare, c’è chi parla dell’Armenia, chi della Turchia, chi del Kazakistan e chi dice di tornare indietro a Yazd per aprire un pub o un sexy shop.

Fatto sta che alla fine, vista la bella giornata, si opta per una gitarella al mare, il Mar Caspio. Metà della popolazione del nord ovest dell’Iran c’ha avuto la nostra stessa idea e quindi ci mettiamo in coda sulla strada che porta a Rasht.
Ci manca solo il coccodrillo gonfiabile legato sopra.

98rid

Ci innervosiamo abbastanza in mezzo al traffico caotico fino alla deviazione per Masuleh, dove, sperando in un po’ di refrigerio, ci dirigiamo fiduciosi. Manco per niente. Pure lì un forno crematorio solo leggermente meno umido.
Mangiamo, ci riposiamo un po’ e poi ripartiamo, direzione la costa, sempre con il miraggio di un refolo di aria fresca che non arriva.
Schiumiamo come asini sulla strada per Hashtpar e stiamo per svenire esausti quando da un negozio ci vedono, e nel rispetto della sharia sciita che impone il dovere di soccorrere i viandanti che muoiono di caldo e sete, ci portano sedie e cola ghiacciata.

 

misericordia sciita

A volte il destino è veramente beffardo. Grazie alle indicazioni dei nostri simpatici soccorritori giriamo a sinistra, prendendo la strada per le montagne e rinunciando definitivamente alla vista del Mar Caspio che è lì, a 50 metri da noi, ma invisibile dietro una coltre di umidità invalicabile.
Bastano pochi km su quella strada che si arrampica rapida e veloce sulle montagne dell’Azerbaijan iraniano; bastano pochi km percorsi in mezzo ai boschi per tornare a respirare e per renderci incautamente dimentichi del caldo patito a Rasht.

Un imprudente ottimismo ci spinge ad inoltrarci sempre più in alto, alla ricerca del fresco ristoratore dopo tanti patimenti, ignorando i richiami di comodi chioschi con bivacchi ed inspiegabili (ai nostri occhi) bracieri accesi che ci sono lungo la strada e ai margini dei boschi. Il panorama cambia repentinamente: non più vapore acqueo e umidità al 100% ma foreste, nuvole basse e aria finissima.
Andiamo oltre, troveremo sicuramente un posto per dormire più avanti, d’altronde fino adesso non abbiamo mai avuto problemi per dormire. Appunto, fino adesso.

I piccoli sgangherati paesi di montagna che attraversiamo non hanno la benché minima struttura ricettiva ed ogni volta che ci fermiamo per chiedere, ci mandano oltre con la speranza e la chimera che forse al prossimo paese ci sia qualcosa. E la strada continua a salire inerpicandosi ad altezze poco raccomandabili e comincia anche a piovere.

Panorami incredibili davanti ai nostri occhi, montagne verdi, greggi al pascolo, villaggi arroccati lungo valli serpeggianti, pastori, malghe sbilenche e squarci di luce cangiante tra nuvole e pioggia… ci sarebbe di che preoccuparsi per l’ora e per la media indegna anche di una gara podistica tra ultra ottantenni, invece sono pervaso da una felicità contagiosa.

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Comincia a calare il sole ma finalmente arriviamo a Khalkhal e parcheggiamo davanti al primo dei due alberghacci indicati sulla guida.
Il posto c’è ma il prezzo che ci fanno è scandalosamente diverso da quello esposto alle spalle dell’individuo dietro al bancone e che noi, ormai capaci di leggere i numeri arabi, gli facciamo subito notare. La trattativa prosegue, fino ad arrivare ad un compromesso, poi la doccia gelata.
Le moto devono rimanere per strada ma, ci dicono, il posto non è affatto sicuro e non c’è alternativa. Ci suggeriscono di provare con il secondo albergo ma la guida già ci preannuncia che lì gli stranieri non sono accettati e stavolta la Lonely ci azzecca in pieno. “Voi no, ma le moto possono restare qui fuori”.

Il senso di fastidio e la sensazione che qualcosa non quadri perfettamente, affinata in tanti viaggi, ci fa rimontare in moto, mentre s’insinua la prospettiva di passare la notte in tenda.
Almeno daremo un senso al fardello che ci portiamo appresso ormai da …quanti sono? 17 giorni. 17, appunto, non poteva essere diversamente.

Il sole cala veloce tra le montagne azere e la necessità di trovare presto un posto per accamparci diventa una priorità assoluta.
Mai guidare al buio e poi qui, su queste strade prive di qualsiasi protezione verso il baratro, sarebbe un suicidio.

Preso dalla frenesia imbocco per primo un sentiero che si rivela un budello. Mi pianto come un pino e ci vorranno gli sforzi concentrati di tutti e tre e tempo prezioso per girare l’Africa trascinandola fino a farle compiere un angolo di 180° e risalire con la coda tra le gambe sulla strada principale.
Improvvisamente sulla sinistra una serie di campi coltivati e quattro case. La sensazione è che il posto sia giusto non tanto perché lo sia ma per mancanza di scelta.

Attraverso un vicolo sterrato raggiungiamo un’aia al centro di questo piccolo villaggio che sembra apparentemente deserto. Stanno tutti nell’aia, vestiti a festa e ci accolgono a braccia aperte. Stanno per iniziare una cerimonia nuziale e molti sono già clamorosamente alticci.
Chiediamo il permesso di accamparci nel campo all’ingresso del villaggio e quelli tutti contenti ci accompagnano in processione e assistono al montaggio della tenda.

Finito di montare il Moroboschi si sacrifica e li segue alla festa per permettere a Daniela di andare in “bagno” lontana da occhi indiscreti ma pericolosamente vicina a delle arnie.

Ci infiliamo in tenda da soli io e lei con la compagnia della musica sparata ad altissimo volume che arriva dal villaggio e dalle urla al microfono: “ITALIANI!!!!!”… “FRIEND… ITALIANO!!!!!”.
Non ci vuole molta fantasia per capire che il Moroboschi, per non sfigurare, sta sfoggiando tutto il suo ampio repertorio: dai balli etnici collettivi ai brindisi russi. Dopo un po’ rientra con roba da mangiare e racconti da far accapponare la pelle.

Scende la notte nera come la pece e mentre nel villaggio la musica e i canti non finiscono, noi, invece, ci apprestiamo a sopravvivere nella tenda con una temperatura polare nella peggior notte che io ricordi.

Cosa ci può essere di peggio di un caldo infermale? Il freddo gelido, intenso, il freddo che ti paralizza movimenti e pensieri, che ti fa tremare e battere i denti e ti fa passare le notti insonni rimpiangendo il caldo umido di Rasht.

Non abbiamo né sacchi a pelo né materassini perciò ci stendiamo a terra completamente vestiti, compresi gli stivali. Ci manca solo il casco. Ci abbracciamo tutti e tre nel tentativo di scaldarci ma tra i rumori, il gelo e i fantasmi che Daniela è convinta si aggirino intorno alla tenda pronti a farci fuori, non chiuderemo occhio per tutta la notte, con il GPS che segnala minaccioso 2.108 metri s.l.m.

102rid

sedicesima puntata>>>

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