Mai un’alba, seppur gelida, sarà accolta con lo stesso nostro entusiasmo.
Alle 06.00 siamo già fuori dalla tenda a battere i piedi nel tentativo vano di scaldarci e dopo che il Moroboschi ha aiutato pure un contadino con l’impianto di irrigazione del campo, leviamo la tenda, rimontiamo in moto e ce ne andiamo.
Grazie per l’ospitalità Azerbaijan!
Scendiamo dalle algide vette come due sottomarini in immersione rapida. Alle 09.13 stiamo già spalmati come tre lucertole al sole fuori da un chioschetto e per rinfrancarci ci facciamo portare una bella colazione a base di uova fritte, cipolla e chai bollente.
Scaldati e con una bella fiatella degna dell’impresa artica, ripartiamo con la vita che nuovamente ci arride spensierata.
Caliamo come unni nella piana sottostante. Ormai girovaghiamo senza una meta ben precisa forse nel tentativo più o meno inconsapevole di prolungare all’infinito la nostra permanenza in Persia.
Anche la provincia dell’Azerbaijan, come tutto l’Iran del resto, ha pagato un tributo pesantissimo in termini di vite umane durante il conflitto Iran-Irak e anche qui, il ricordo e il culto dei “martiri” è sempre presente.
Ci aggiriamo nei pressi di Tabriz indecisi se puntare nuovamente verso nord e ripassare la frontiera a Bazargan, dove tra l’altro ci hanno ritirato un documento relativo al “carnet de passage en douane” che non abbiamo capito se ci serve riavere, o provare con la frontiera di Sero più a ovest verso il confine irakeno e da lì attraversare il Kurdistan per approdare a Van, e finalmente arrivare a questo famoso lago dentro al cratere di un vulcano con i racconti del quale il Moroboschi ce li sta facendo a peperini da mesi.
La disorganizzazione e l’approssimazione comunque a questo punto del viaggio, regnano sovrane.
Daniela declama le bellezze del lago salato di Orumiyeh (Urmia) quindi, forti di queste nuove direttive, si punta decisamente verso ovest.
La pausa pranzo purtroppo decidiamo di farla sulle rive di un lago.
Seguo il Moro che fa da apripista in una ragnatela di sentieri sterrati e ci piazziamo all’ombra di un gruppo di eucalipti.
Ma non siamo soli. Famiglie iraniane stazionano sotto gli alberi. C’hanno tutto l’armamentario indispensabile per farci perdere tempo: patate cotte alla brace, semi di girasole da sgranocchiare, tappeto steso sulla sabbia e l’immancabile samovar in perenne ebollizione pieno di chai.
Potrebbe mancare il senso dell’ospitalità? Manco per niente.
E infatti in un minuto scarso ci circondano, ci ammanettano e senza tanti complimenti ci schiaffano sul tappeto obbligandoci a mangiare tutto e a bere litri di chai alla menta.
Opponiamo fiera ma breve resistenza e ci sbrachiamo rilassati insieme a loro.
In un paio d’ore succede di tutto:
il capofamiglia inscena un teatrino imitando una gallina che becca ma non fa l’uovo, Moroboschi quasi si fidanza, e Daniela viene tastata da una vecchietta che, vistala con pantaloni, stivali, protezioni varie e, dopo tanti giorni allo stato brado con me e Moroboschi, anche forse con un leggero velo di barba, vuole probabilmente sincerarsi della sua femminilità.
Al momento dei saluti ci regalano pure una bottiglia di aranciata e una boccettina di profumo.
Attraversiamo zone piatte, ci avventuriamo all’interno del lago salato, poi imbocchiamo la banchina che si perde all’orizzonte, tagliando il lago in direzione della città di Orumiyeh.
Il terrapieno è ingombro di veicoli in fila ordinata per km ma non riusciamo a capirne il motivo… forse un incidente… passiamo guardinghi a fianco della colonna e arriviamo a scoprire il motivo della coda. Il terrapieno dopo qualche km s’interrompe.
Ci dicono che una società norvegese sono vent’anni che sta lavorando al completamento dell’opera e manca poco affinché anche l’ultimo ponte colleghi i due terrapieni da una parte all’altra dell’immenso lago.
Al momento uno scalcinatissimo mezzo da sbarco risalente alle guerre persiane fa la spola tra le due estremità dei moli garantendo un lento ma continuo collegamento.
Paghiamo il biglietto e ci ammassiamo insieme a tutti gli altri riempiendo in maniera preoccupante la bagnarola rugginosa.
In pochi minuti di navigazione ci sbarcano dall’altra parte e ci dirigiamo verso la città.
C’è una macchina ferma sul lato della strada, il conducente si sbraccia cercando di attirare la nostra attenzione… .andiamo veloci quindi lo sorpasso e poi mi fermo ad una cinquantina di metri.
Quello riparte con la macchina e mi si affianca. Che sarà successo? C’avrà un’emergenza? Avrà bisogno d’aiuto?
“Welcome to Iran!” mi dice.
Lo ringrazio, lo mando intimamente a quel paese e ripartiamo. La ricerca di un albergo è accompagnata dai soliti capannelli di gente ogni volta che ci fermiamo.
E’ la nostra ultima notte persiana, e per festeggiare ci concediamo il miglior albergo di Orumiyeh. E nel miglior albergo c’è rimasta solo la “Suite Imperiale” come ci comunica l’impeccabile signorina alla reception. Accettiamo la sistemazione senza battere ciglio. E sganciamo lo smodato prezzo di 900 Rial (circa 60 Euro, sempre in tre), ma quando ce vo’, ce vo’.
Passiamo l’intera serata ciabattando mollemente per i viali di Orumiyeh cercando cartoline e francobolli che pare qui non esistano.
Sconfortati dalla tragica prospettiva di non poter scrivere le cartoline, affoghiamo la preoccupazione in abbondanti piatti di kebab e fresche bottiglie di zam-zam e poi ce ne andiamo a nanna.
Mi addormento con l’idea che quando mi chiederanno dei gravi problemi e delle difficoltà avute in Iran dovrò purtroppo dire che non siamo riusciti a trovare cartoline da spedire a casa.
Iran in moto: XVI^ puntata
27 agosto: La Tenda Rossa – Orumiyeh
Mai un’alba, seppur gelida, sarà accolta con lo stesso nostro entusiasmo.
Alle 06.00 siamo già fuori dalla tenda a battere i piedi nel tentativo vano di scaldarci e dopo che il Moroboschi ha aiutato pure un contadino con l’impianto di irrigazione del campo, leviamo la tenda, rimontiamo in moto e ce ne andiamo.
Grazie per l’ospitalità Azerbaijan!
Scendiamo dalle algide vette come due sottomarini in immersione rapida. Alle 09.13 stiamo già spalmati come tre lucertole al sole fuori da un chioschetto e per rinfrancarci ci facciamo portare una bella colazione a base di uova fritte, cipolla e chai bollente.
Scaldati e con una bella fiatella degna dell’impresa artica, ripartiamo con la vita che nuovamente ci arride spensierata.
Caliamo come unni nella piana sottostante. Ormai girovaghiamo senza una meta ben precisa forse nel tentativo più o meno inconsapevole di prolungare all’infinito la nostra permanenza in Persia.
Anche la provincia dell’Azerbaijan, come tutto l’Iran del resto, ha pagato un tributo pesantissimo in termini di vite umane durante il conflitto Iran-Irak e anche qui, il ricordo e il culto dei “martiri” è sempre presente.
Ci aggiriamo nei pressi di Tabriz indecisi se puntare nuovamente verso nord e ripassare la frontiera a Bazargan, dove tra l’altro ci hanno ritirato un documento relativo al “carnet de passage en douane” che non abbiamo capito se ci serve riavere, o provare con la frontiera di Sero più a ovest verso il confine irakeno e da lì attraversare il Kurdistan per approdare a Van, e finalmente arrivare a questo famoso lago dentro al cratere di un vulcano con i racconti del quale il Moroboschi ce li sta facendo a peperini da mesi.
La disorganizzazione e l’approssimazione comunque a questo punto del viaggio, regnano sovrane.
Daniela declama le bellezze del lago salato di Orumiyeh (Urmia) quindi, forti di queste nuove direttive, si punta decisamente verso ovest.
La pausa pranzo purtroppo decidiamo di farla sulle rive di un lago.
Seguo il Moro che fa da apripista in una ragnatela di sentieri sterrati e ci piazziamo all’ombra di un gruppo di eucalipti.
Ma non siamo soli. Famiglie iraniane stazionano sotto gli alberi. C’hanno tutto l’armamentario indispensabile per farci perdere tempo: patate cotte alla brace, semi di girasole da sgranocchiare, tappeto steso sulla sabbia e l’immancabile samovar in perenne ebollizione pieno di chai.
Potrebbe mancare il senso dell’ospitalità? Manco per niente.
E infatti in un minuto scarso ci circondano, ci ammanettano e senza tanti complimenti ci schiaffano sul tappeto obbligandoci a mangiare tutto e a bere litri di chai alla menta.
Opponiamo fiera ma breve resistenza e ci sbrachiamo rilassati insieme a loro.
In un paio d’ore succede di tutto:
il capofamiglia inscena un teatrino imitando una gallina che becca ma non fa l’uovo, Moroboschi quasi si fidanza, e Daniela viene tastata da una vecchietta che, vistala con pantaloni, stivali, protezioni varie e, dopo tanti giorni allo stato brado con me e Moroboschi, anche forse con un leggero velo di barba, vuole probabilmente sincerarsi della sua femminilità.
Al momento dei saluti ci regalano pure una bottiglia di aranciata e una boccettina di profumo.
Attraversiamo zone piatte, ci avventuriamo all’interno del lago salato, poi imbocchiamo la banchina che si perde all’orizzonte, tagliando il lago in direzione della città di Orumiyeh.
Il terrapieno è ingombro di veicoli in fila ordinata per km ma non riusciamo a capirne il motivo… forse un incidente… passiamo guardinghi a fianco della colonna e arriviamo a scoprire il motivo della coda. Il terrapieno dopo qualche km s’interrompe.
Ci dicono che una società norvegese sono vent’anni che sta lavorando al completamento dell’opera e manca poco affinché anche l’ultimo ponte colleghi i due terrapieni da una parte all’altra dell’immenso lago.
Al momento uno scalcinatissimo mezzo da sbarco risalente alle guerre persiane fa la spola tra le due estremità dei moli garantendo un lento ma continuo collegamento.
Paghiamo il biglietto e ci ammassiamo insieme a tutti gli altri riempiendo in maniera preoccupante la bagnarola rugginosa.
In pochi minuti di navigazione ci sbarcano dall’altra parte e ci dirigiamo verso la città.
C’è una macchina ferma sul lato della strada, il conducente si sbraccia cercando di attirare la nostra attenzione… .andiamo veloci quindi lo sorpasso e poi mi fermo ad una cinquantina di metri.
Quello riparte con la macchina e mi si affianca. Che sarà successo? C’avrà un’emergenza? Avrà bisogno d’aiuto?
“Welcome to Iran!” mi dice.
Lo ringrazio, lo mando intimamente a quel paese e ripartiamo. La ricerca di un albergo è accompagnata dai soliti capannelli di gente ogni volta che ci fermiamo.
E’ la nostra ultima notte persiana, e per festeggiare ci concediamo il miglior albergo di Orumiyeh. E nel miglior albergo c’è rimasta solo la “Suite Imperiale” come ci comunica l’impeccabile signorina alla reception. Accettiamo la sistemazione senza battere ciglio. E sganciamo lo smodato prezzo di 900 Rial (circa 60 Euro, sempre in tre), ma quando ce vo’, ce vo’.
Passiamo l’intera serata ciabattando mollemente per i viali di Orumiyeh cercando cartoline e francobolli che pare qui non esistano.
Sconfortati dalla tragica prospettiva di non poter scrivere le cartoline, affoghiamo la preoccupazione in abbondanti piatti di kebab e fresche bottiglie di zam-zam e poi ce ne andiamo a nanna.
Mi addormento con l’idea che quando mi chiederanno dei gravi problemi e delle difficoltà avute in Iran dovrò purtroppo dire che non siamo riusciti a trovare cartoline da spedire a casa.