Iran in moto: XVIII^ puntata

29 agosto: Van – Tatvan – Nemrut – Diyarbakir (km 557)

Usciamo dall’albergo e le moto sono ancora lì incatenate, per la prima volta in questo viaggio, alle colonne d’ingresso.

Rabbocchiamo l’olio e partiamo in direzione della vicina Tatvan dove ci fermiamo per chiedere informazioni sulla strada da prendere per il cratere del Nemrut. Incontriamo di nuovo il solitario finlandese che leccando un gelato ci comunica che se ne torna a casa a tappe forzate (!).
Troviamo il bivio per il vulcano e lo affrontiamo; i primi km sono terrificanti: stanno asfaltando tutto in Turchia e questa splendida strada sterrata a breve sarà una schifezza tutta nera e unta.
Il problema è che si passa dove hanno appena asfaltato o dove lo stanno per fare, quindi km di bitume fresco alto quindici cm o ghiaia altrettanto profonda e traditrice.
Con un sospiro di sollievo, dopo una decina di km di pura personale agonia, rimettiamo le ruote su un più sicuro e piacevole sterrato.

Intorno al cratere ci sono una miriade di strade bianche che si perdono chissà dove e non potendo trovarle sulle carte fermiamo una pattuglia dell’esercito turco che ci indirizza correttamente.

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Svalichiamo una cresta brumosa e ci fermiamo estasiati: da una parte la pianura con il lago di Van che si perde all’orizzonte confondendosi nei rilievi circostanti e dall’altra parte il cratere del Nemrut con la cresta ad oltre 2.900 metri e il suo specchio d’acqua verde azzurro.
Scendiamo nel cratere e ci fermiamo nello spiazzo del “resort” allestito da un simpatico tagliagole kurdo poliglotta di nome Mehmet che ci si fa incontro sorridente e ci accoglie amorevolmente decantando la bellezza del luogo e le sue amicizie planetarie.

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Dopo aver visitato l’imponente ed elegante struttura ricettiva gestita dal kurdo ed aver degustato la ricca e variegata cucina locale, ci avventuriamo a piedi sulle sponde del lago per valutare un eventuale tuffo ristoratore dopo aver appreso che in alcuni punti è meglio non immergersi per non essere “lessati” dall’acqua bollente.

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Curiosi vermicelli presenti nello specchio d’acqua non bloccano gli ardimentosi sporchienduristi, rotti a ben altro tipo di esperienze, ma inducono ad un bagno breve, seppur coreografico, per evitare spiacevoli intrusioni degli invertebrati nelle mutande e, dio ce ne scampi, oltre.

L’aria calda e il vento che spira piacevole ci asciugano in pochi minuti poi, accompagnati da un altro kurdo, ci allontaniamo dall’accampamento per andare a visitare il loro “frigorifero” che altro non è che una spaccatura tra le rocce circostanti da dove soffia un’aria gelida proveniente da non si sa dove utilizzata per tenere in fresco bibite e vivande.
A questo punto ci sono due alternative: passare la notte accampati alla peggio lì per godere dell’impareggiabile esperienza di dormire in un cratere vulcanico sperando di non essere uccisi durante il sonno, o risalire la china e riprendere la strada per la civiltà.

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Probabilmente se non avessimo avuto ancora fresca nella memoria e nelle ossa la notte passata all’addiaccio nell’Azerbaijan iraniano, sicuramente ci saremmo lasciati incantare dai “sireni” kurdi, ma una breve consultazione e il rapido balenare di una lama di coltello nelle mani di uno di loro, fanno sì che si decida democraticamente il da farsi, e con due voti contro uno e dopo aver pagato due lire turche e firmato il libro degli ospiti, riprendiamo le moto e ce ne trotterelliamo allegri e appagati giù verso Tatvan.

E’ il primo pomeriggio e ci aspettano ancora centinaia di km di niente prima di arrivare, distrutti dalla fatica e dall’incertezza sul dove passare la notte, a Diyarbakir.

Senza tante storie prendiamo alloggio in un eccellente albergo dove, complici un centinaio di bellezze locali riunite lì per qualche festeggiamento, birra “Efes” a fiumi e una più probabilmente subdola cipollona kurda ingurgitata il giorno prima, vedo per la prima volta il Moroboschi dare un lievissimo ma sempre virile segno di cedimento.

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diciannovesima puntata>>>

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