Iran in moto: II^ puntata

11 agosto: Cesme – Kula (240 km)

Porto di Cesme, Turchia. Agguerriti. Massicci. Determinati.
Manco salutiamo i baraccati che s’attardano sbracati in dogana.
Noi dobbiamo partire, fare strada, stare all’avanguardia, siamo la punta della lancia, il maglio d’acciaio.
L’Iran ci attende: abbiamo ipotizzato di invadere la canagliesca Repubblica Islamica il 14 Agosto, tra circa 2.000 km.
Mamma che emozione!

Dopo neanche 150 km invece siamo vergognosamente fermi.
Il rumorino proveniente dalla ruota posteriore della mia Africa è diventato preoccupante.
Smontiamo la pinza, la rimontiamo… faccio provare la moto al Moro sperando che siano solo mie “fisse”.
Il Moro torna con la faccia seria… smontiamo la ruota, mi sa che è il cuscinetto… manco il tempo di togliere la ruota che in un attimo il sole scompare.

Operiamo sotto l’acqua battente… mentre un turco con il motorino “guzz” (Daniela dixit) decide di fare acqua planing a 3 metri da dove è ferma la moto e rotolare fino all’incrocio. Poi con la decisiva mazzetta di un “meccanico” rimettiamo il cuscinetto e tutti fracichi e sporchi di terra e fango risaliamo in moto.
Neanche siamo partiti e già siamo ridotti ai minimi termini.
Un po’ abbacchiati ci fermiamo a Kula in quanto il nome ci sembra abbastanza appropriato e ben augurante. Dal balcone di un pessimo e naftalinico albergo vediamo sfilare quelli che avevamo lasciato in dogana diretti ad Est.
Apriamo le razioni K, facciamo un giro turistico sul ciglio della strada, regaliamo la prima spilletta dell’Italia ad un bambino simpatico e incravattato e andiamo a nanna. L’indomani dobbiamo recuperare i troppi km persi.

12 agosto: Kula – Yozgat (671 km)

Non mi ricordo niente, solo strada, campi, camion e la sensazione che oggi maciniamo bene.
Passiamo Ankara e i suoi palazzoni, cominciamo a prendere confidenza con i lavori stradali turchi che ci costringono a continui sterrati e ghiaioni.

Come un miraggio nel tardo pomeriggio appare Yozgat e quando ci fanno mettere le moto dentro un deposito di granaglie, il conta km giornaliero segna orgoglioso 671. Visitiamo una moschea, facciamo un giretto in piazza, fotografiamo un alberello di natale in pieno agosto: indubbiamente il viaggio sta entrando nel vivo.

13 agosto: Yozgat – Tercan (565 km)

Muezzin discretamente intonato e ripartiamo. Altre centinaia di km da coprire.
Adesso però abbiamo ripreso fiducia, le moto rispondono bene, le nostre chiappe pure.
Mi dimentico sempre le frecce accese, il Moro s’incazza ma penso ad altro: penso all’operazione di ernia del disco di due mesi fa. Ce la farò? Boh, intanto ci penso e lascio la freccia accesa per l’ennesima volta.
Altri sterratoni facendo lo slalom tra ruspe ruspanti, mucchi di camion, rocce contromano, operai al pascolo e pecore al lavoro: un tale casino che ti si confondono le idee e i ricordi.

Poi l’orizzonte si fa giallo….è in arrivo quella che sembra una tempesta di sabbia. Veniamo investiti dal polverone e poi, immediatamente dopo aver indossato le antipioggia, si scatena l’inferno.

Piove a dirotto, un milione di aghi mi si infilano nel casco conficcandosi nelle guance e sul naso. Non si vede niente e il vento forte ci fa scarrocciare…ammainiamo fiocco e trinchetto e siamo costretti a fermarci al riparo di una tettoia in una stazione di servizio.
Ci sono fermi anche vari automobilisti e due motocicl….cioè uno è indubbiamente un motociclista l’altro sembra il nipote di Otto Von Grunf dei fumetti di Alan Ford.
Dunque: casco da fantino della contrada del bruco, occhialini da piscina, mascherina in neoprene fregata ad Hannibal Lecter, baffo e barbetta alla generale Custer, camicia a scacchi di flanella, jeans e scarpe di cuoio.

Il suo nome è semplicemente Tino, padre austriaco, mamma di Bolzano e parla come il sergente di Sturmtruppen; ha mollato tutto ed è diretto, a grandi linee, in Australia. La sua moto è un custom motorizzato XT 500, con paramani arancioni, serbatoio a goccia e ruote tassellate da fango.

L’altro è un cicciottone inglese su Bmw650, è stravolto, ha la moto completamente rivestita di bitume, si è perso un guanto e gli scappa sempre la cacca. Gli regalo un guanto di lattice per cercare di alleviare le sue sofferenze e completare l’opera. Già penso di accamparci lì, quando comincia a spiovere.

Ripartiamo con la strada che sembra un fiume amazzonico in piena. Dopo pochi km ci bloccano.
C’è una lunga colonna di mezzi fermi e agenti con i mitra in mano.
Ci dicono che la strada più avanti è stata investita da una frana ma che in un’oretta dovrebbero riaprirla. Passano mezzi di soccorso, chiacchieriamo un po’ con Tino mentre l’inglese torna indietro perché gli scappa di nuovo la cacca.
Un poliziotto ci raccomanda di non partire fino a nuovo ordine ma è come se avesse detto: “Pronti? Viaaaaa!!!!” E appena si allontana tutti rimontano su auto, camion e moto e si parte come se fosse la Wacky Race di Penelope Pistop e company.
Moroboschi e Tino partono a razzo, io non becco il folle e non riesco a mettere in moto, poi parto pure io ma da dietro arrivano la macchina della polizia a sirene spiegate e le urla inferocite del poliziotto di prima che con il megafono c’intima di fermarci. Ecco, adesso mi spara, penso. Mi fermo. E’incazzatissimo e mi urla contro. Faccio finta di non comprendere (!) ma faccio la spia e gli indico il turco sul pick-up davanti a me facendogli capire che la colpa è sua. Allora se la prende con l’automobilista mentre dà ordine perentorio a due tir di mettersi di traverso per non far passare nessuno.

Intanto dei due fuggitivi Moroboschi e Tino nessuna traccia. Dopo un bel po’ si riparte, stavolta la macchina della polizia si mette davanti come la safety car da Gran Premio e ci fa percorrere gli otto km fino alla frana a passo d’uomo. Motori imballati, tir che ruggiscono, automobilisti concentratissimi e sfrizionanti, post bruciatori accesi….al minimo accenno sono pronto a partire come Saturno V se no questi mi stritolano…

Ad un ponte più avanti si riaggregano al gregge rombante e scalpitante anche il Moro e Tino che hanno deciso di riconsegnarsi alle autorità per non aggravare la loro situazione.
Nel punto della frana è l’apocalisse: mezzi civili e militari che spalano fango, c’è mezza montagna che è venuta giù sulla strada e poi nel fiume deviandone il corso. Seguo il tassello del Moroboschi attraverso questo imbuto viscido e fangoso sorpassando decine e decine di mezzi bloccati in fila e poi ci rimettiamo a macinare km di strade devastate dal nubifragio cercando di raggiungere un qualsiasi posto per dormire all’asciutto prima che faccia notte.

Arriviamo appena in tempo e ci sembra un miracolo…
Moto parcheggiate in un deposito di pneumatici, accoglienza a Tino e all’inglese nel frattempo sopraggiunti anche loro abbastanza provati, cena e controllo alla luce di una torcia della catena di trasmissione all’inglese che non ci capisce una mazza.

“Dov’è che stiamo?” “Tercan.”
“Ah….yahwnnnn…zzzzzzz…”
e sveniamo lessi sui letti.

terza puntata>>>

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