14 agosto: Tercan (TR) – Maku (IR) (425 km)
Partiamo presto stamattina.
Faccio una fatica della madonna a tirarmi su. Sono mesi che non prendo la moto. Prima per i dolori e poi per l’operazione e la convalescenza.
Mi manca il ritmo partita ma le pedate e le parole di scherno dei due integralisti della sveglia all’alba e del:
“Minimo 500 km… siamo qui per lavorare”
“Sì, vabbè, ma gli altri 200????”
“Quelli sono di straordinario…”
mi aiutano con dolcezza ad assumere una posizione semi eretta.
“Dai maledetto, che oggi invadiamo l’Iran!”
Sole in faccia, vento fresco e strade libere.
Aoh, ma ndo’ sta l’Iran?
A Est. Sempre dritto. Non puoi sbagliare.
Passiamo in mezzo al granaio turco, placidi contadini a lavoro in campi immensi, cielo azzurro, praterie selvagge e sconfinate e tutto ad un tratto… TATANCA!!!!!! Ah, no, sono solo mucche…vabbè!
Sono decine di km ormai che cerco d’individuare all’orizzonte la sagoma della Montagna.
Solo il nome mette i brividi. E’ da quando studiavo geografia alle elementari che sogno d’incontrarla.
Ad un tratto eccola lì, toglie il fiato. Unica, maestosa, solitaria, immensa.
E’ l’Ararat.


Stiamo utilizzando la scorta d’olio e ne compriamo altri due litri per sicurezza. Poi sempre guardando la Montagna, e quasi chiedendole il permesso, entriamo a Dogubayazit. Ormai la frontiera è a 30 km. Passando dall’altra parte recupereremo un’ora e mezza perciò ci diamo una calmata, respiriamo profondamente, ci prendiamo a schiaffi reciprocamente per dirci che è tutto vero e andiamo a visitare la fortezza di Ishak Pasha.

Mangiamo altre scatolette sotto degli alberi poi ci guardiamo come fossimo dei cospiratori, ci anneriamo le facce con il nerofumo, controlliamo l’equipaggiamento e le scorte di carta igienica accumulate in Turchia (in Iran non si usa), scriviamo le ultime lettere a casa e ci proiettiamo guardinghi ma risoluti verso i reticolati e i bunker dello stato canaglia Iran.
Incontriamo di nuovo l’inglese che, tra una cacca e l’altra, è arrivato pure lui ma ha il carnet de passage che gli parte dall’indomani e quindi è stato respinto alla frontiera; un po’ sfigato questo, meglio tenerci alla larga, potrebbe essere contagioso. Per sicurezza ricontrolliamo i nostri.
Tutto ok. Forza, andiamo, occhio, attenti, chivalà. Brivido. Ecco la frontiera.

Elegantemente e con supremo sprezzo del pericolo sorpassiamo tutti e ci piazziamo spavaldi a petto nudo di fronte al cancello turco. A mezzo metro c’è il cancello iraniano.
Quindi l’eccitante e temibile terra di nessuno immaginata altro non è che una striscia polverosa di nemmeno mezzo metro.
Si apre il cancello turco e la gente in attesa si riversa in quello spazio angusto. Il cancello turco si richiude ma quello iraniano non si apre e la gente rimane lì, in mezzo, pigiata in pochi centimetri con fagotti e valige, sotto il sole.

Alzo timoroso gli occhi e leggo “WELCOME TO ISLAMIC REPUBBLIC OF IRAN” e i faccioni di Khomeini e Khamenei che mi guardano severi ed educatamente interrogativi:
“Che cazzo siete venuti a fa’ in Iran? Eh?????”.
Come sarà dall’altra parte? Respirano la stessa nostra aria? Quanti nasi hanno? Ci squarteranno subito o dopo atroci torture?
Mi giro e una donna iraniana in attesa di varcare il confine mi passa rapida una gomma americana al gusto di banana.
(sarà un messaggio in codice? Mi vuole forse mettere in guardia?)
Arriva una macchina in retromarcia, si ferma al cancello turco, un’ambulanza arriva in retromarcia dalla parte iraniana. Si fermano sul confine, aprono i portelloni e si passano una povera bara in legno mentre una donna tutta vestita di nero piange sommessamente.
Diciamo che le premesse non sono propriamente incoraggianti.
L’attesa si protrae a lungo, tutti ci guardano e guardano i capelli di Daniela che tra solo mezzo metro dovranno essere nascosti da un velo dalla mattina alla sera.
C’ho i capelli lunghi pure io, speriamo bene. Il Moro, invece, va tranquillo.
Fraternizziamo con la gente in attesa; i turchi si stupiscono che abbiamo deciso di andare a visitare l’Iran, gli iraniani… pure.

Donne iraniane avvicinano Daniela e la istruiscono sulla moda iraniana che poi stringi-stringi è da quasi trent’anni a questa parte sempre la stessa: velo in testa e via.
SDREEEEENGGGGG!!!!! Il cancello si apre sferragliando. Finalmente si passa!!!! Siamo in Iran. Speriamo bene. Ci spruzzano qualcosa sulle ruote. Se è disinfettante fanno bene perché facciamo già veramente schifo e puzziamo discretamente.
Giriamo di scrivania in scrivania, Moro mi guarda allibito: ho appena richiamato scandalizzato la sua attenzione su uno che ha passato una mazzetta sottobanco ad un funzionario doganale, ma io poco prima ho fatto lo stesso tentando di “ungere” con dei pessimi sigari italiani distribuiti con nonchalance.

Timbri, controlli, minuziosa e imbarazzantissima perquisizione corporale (c’avete creduto), cambio euro-rial in mezzo a una palude di gente che ti si avvicina circospetta e ti sussurra con la mano davanti alla bocca guardandosi furtivamente intorno: “…change…change…” come se dovessero venderti una partita di oppio.
Cambiamo 250 euro e ci smollano quasi tre milioni e mezzo di rial in banconote di piccolo taglio; dividiamo il malloppo in tre parti ma si fa comunque fatica ad infilare tutti ‘sti “Khomeini” nei marsupi; carnet vidimato timbrato e firmato almeno dieci volte, altri sette o otto controlli e poi ciao, potete andare.
“Welcome to Iran”.
Direzione Maku, paese di confine, prima cittadina iraniana dove cercare da dormire.
Arriviamo precisi nel peggior albergo di Maku.

Cioè, secondo me il peggiore è quello dall’altra parte della strada dove vorrebbero andare Daniela e Moroboschi per, dicono, cominciare a prendere confidenza con le strutture ricettive iraniane; la diatriba si risolve con un salomonico pareggio ma poi affacciandoci nella “hall” notiamo parcheggiata dentro la motoretta di Tino (ma che fa questo, vola?) e decidiamo di parcheggiare pittorescamente anche noi tra i tavoli e le sedie.

Solita feroce trattativa per poi spendere l’esorbitante cifra di 130.000 rial (tre euro a testa parking included – un vero furto) e andiamo a cena in una bettola lì vicino.
Siamo in Iran e ancora non ci hanno sparato… anzi sono stranamente cordiali e gentili… chissà cosa stanno meditando…

2 Commenti
Ciao ragazzi,
estremamente affascinato dal vostro viaggio e racconto, ho intenzione di recarmi in Iran (paese che ho sempre sognato) con mia moglie l’anno prossimo. Noi però ci avvaleremo della nostra super scassata Renault Clio 1.2.
Una domanda ci assilla? da che punto esatto siete entrati in Iran? Ogni itinerario online ci indica di passare dall’armenia-azerbaijan-iran, mentre noi pensavamo ci fosse una strada più breve e diretta turchia-iran sulla direttrice erzurum-maku….
vi ringrazio tanto delle info che vorrete darmi ed ancora complimenti per il vostro viaggio e racconto.
Matteo
Ciao Matteo,
noi siamo entrati a Bazargan, dove c’è il confine Turchia-Iran
te lo consiglio, visto che per arrivarci vi godete uno splendido passaggio sotto il monte Ararat, e visto che ci siete, fate un salto anche alla fortezza di Ishak Pasha vicino Dogubayazit.
cerca su Google map: Bazargan
http://maps.google.it/maps?f=q&source=s_q&hl=it&geocode=&q=Bazargan&sll=39.396408,44.375153&sspn=0.169268,0.363579&ie=UTF8&hq=&hnear=Bazargan,+Regione+dell%27Azarbaijan+occidentale,+Iran&ll=39.390571,44.387512&spn=0.169282,0.363579&z=12