Senza Meta Tour 2016 #7

Ultima Puntata

Settima puntata: dalle Alpi di Theth alla città ottomana di Berat, poi il mare di Durazzo

Stamattina di buon’ora si riparte. Lasciamo il piccolo villaggio di Theth. Preparo la borsa che è composta solo da vestiti in avanzato stato di decomposizione e cibo in scatola ormai scaduto e con la confezione di latta rotta in qualche caduta dalla moto. Fuoriesce olio di oliva e liquame alimentare che finisce tra i vestiti, la scena è raccapricciante. Le t-shirt, i pantaloni, il tonno e i fagioli mischiati con gli attrezzi della moto e cavo frizione che sembrano le interiora di un animale a bordo strada investito da un camion.
Cerco inutilmente di sistemare le scatole di latta rotte con del nastro adesivo che però non fa presa sul liquame. Sconfitto chiudo le borse, le lego sulla moto e non le aprirò più fino al rientro a casa.

Usciamo dalla stupenda vallata del piccolo paesino di Theth percorrendo la strada a Nord, quella più semplice e per metà asfaltata. La giornata di ieri ci ha messo a dura prova e i 20 kilometri di fuoristrada di stamattina ce li beviamo tutti di un sorso. Subito dopo il passo dove ora hanno costruito una specie di ristoro, il Bar-Restorant Buni i bajraktaritl, la strada scende giù verso Skutari su asfalto appena posato, appena fatto, fresco e croccante. Ha un grip che nemmeno al Mugello e sui tornanti ci divertiamo in pieghe appena accentuate tra bagagli sbilenchi e tasselli spettinati.

Prima della superstrada che collega Skutari a Durazzo ci fermiamo per una pausa e conosciamo il signor Antonio e il suo sogno italiano spezzato. Si è rotto la schiena per anni nel nostro paese, purtroppo il padre qui in Albania si è ammalato. Lui lascia tutto e ritorna, ma senza lavoro, con pochi soldi in tasca e con le lacrime agli occhi. Ci offre un caffè, ci abbraccia e si raccomanda di parlare bene dell’Albania e della sua gente.

24 agosto 2016. Il Terremoto

Un forte sisma devasta il Centro Italia. Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, Norcia, Castelluccio di Norci non esistono più. Rasa al suolo una parte d’Italia che noi enduristi e viaggiatori conosciamo bene.

Scollegati totalmente dalla realtà e dall’informazione mentre si era in giro tra Kosovo e le Alpi Albanesi, apprendiamo la notizia mentre facciamo benzina pochi kilometri prima di Skutari. La TV albanese trasmette le prime immagini della Rai.

Il bilancio è drammatico: 297 vittime.

Berat

Entriamo sulla superstrada E762 ed è subito guerra. Siamo stati felicemente confinati tra i monti e su strade secondarie per 2 settiamane intere, ed ora tutto questo traffico di vacanzieri inviperiti incolonnati nelle loro vacanze estive ci snerva e ci sfianca. Per scongiurare un probabile esaurimento nervoso lasciamo la strada principale, ci allontaniamo dalla costa e reinventadoci l’atlante stradale dell’Albania ci facciamo non-strada verso Berat, antica cittadina ottomana.

Superata Tirana, puntiamo per Elbasan percorrendo un’autostrada costruita a singhiozzo: 10km perfetti, 10km di breccia, 10km perfetti, 10km di breccia, 10km perfetti, 10km di breccia. Usciamo e rientriamo e attraversiamo cantieri che non sappiamo più che anno è.

Arrivati a Cërrik in un bar ci dicono che possiamo tagliare per una sterrata che punta a sud verso Berat. 70km di ghiaione profondo e polveroso da affrontare a 80km/h per far galleggiare le moto. Fabio qui va in panico e si ferma. E’ la prima volta che guida in queste condizioni e gli fa paura la moto che sbanda. Ma con una buona mezzoretta di “colorite prese per il culo” e “grevi sfottò da caserma” lo convinciamo a rimettersi in sella. Quando poi lo superano anche dei ragazzini con un vecchio Piaggio Ciao, solo allora Fabio si decide a dare gasss.

Eccoci a Berat. Prendiamo alloggio in centro, 200 metri sulla salita che conduce in cima alla collina dove c’è la vecchia fortezza. Una Città Castello con 24 torri e 14 chiese e qualche moschea al suo interno. Del passato ottomano-bizantino rimane poco, ma alcune parti sono state recuperate e mantenute bene, e la sera al tramonto si gode di un’ottima luce.

Ceniamo in un vecchio ristorante con buon vino albanese ad innaffiarci i piatti di carne. Poi a nanna, iniziamo ad essere stanchi.
E buonanotte!

Ma che bello!

Ma che bello svegliarsi dopo un sonno saporito che sfocia nel fragore di uno sbadiglio mattutino. Lenzuola fresche e pulite, un soffitto sicuro, i raggi di un dolce sole dalla finestra.  Fare colazione in giardino in piatti puliti, gustarsi la genuinità casareccia, mangiare frutta, uova, salsicce, peperoni, formaggio, pane-pizza.
Fare due passi inforcando solo gli infradito, fermarsi in un bar qualunque e prendere un caffè senza fretta. Sapere di stare fermi nello stesso posto senza dover affrontare un’altra giornata di moto e sassi e stradacce. Sembra di essere in vacanza.

Approfittiamo di queste ore serene per darci una ripulita, fare il bucato. Guardiamo i panni stesi e non vediamo l’ora che si asciughino, puliti e profumati che non stiamo più nella pelle e non vediamo l’ora di indossarli, e ritrovare il piacere di rimettersi addosso una t-shirt pulita, di cambiarci gli slip. Riacquistiamo almeno 20anni di vita.

Passiamo un’altra giornata con le ciavatte ai piedi a ciondolare tra i vicoletti di lastricato scivoloso come il sapone di una Berat dai ritmi lenti quasi mediterranei.
Purtoppo settimane e giorni sono volati ed è già ora di recuperare la costa, si avvicina la fine del viaggio.

Verso il mare

Altra colazione all’albanese: salsicce, cocomero, formaggio, pomodori, miele, olive, yogurt ecc ecc che ci alziamo pieni e con addosso già il sonno della digestine.
Facciamo strada svogliatamente verso il nostro rientro e ad ogni dosso ecco i peperoni della colazione che si ripropongono. Le ultime nostre ore decidiamo di passarle su una delle belle spiagge del Sud dell’Albania, ma come sempre scegliamo la peggior strada per arriarci. A circa 33km a Sud di Durazzo puntiamo dritti dritti verso il mare, senza se e senza ma si avanza tra stradacce, palazzine abbandonate, fogne a cielo aperto e gabbiani in planata su fetidi immondezzai. D’improvviso la strada si fa dolce e bianca e penetra in una folta vegetazione verde scuro che profuma di mare. Una grossa duna e poi si apre l’azzurro dell’Adriatico. Davanti quella che ci sembra un’oasi: Plazhi i Generalit.

Facciamo un salto al bar sul bellissimo chiosco a palafitta sul mare: “Capitan Uncino di Facchinetti”, “Chi fermerà la musica dei Pooh” e poi “Bailandooo di Enrique Iglesias” sparati ad un volume improponibile, tanto da rendere impossibili le comunicazioni. Ordiniamo 3 caffè e il cameriere nemmeno ci sente e dobbiamo imitare il gesto della tazzina. E’ l’ultimo analcolico che berrò.

SUV, Birre e Culi

Siamo in costume ed eccoci in spiaggia con i piedi scalzi sulla sabbia, ci sediamo su delle sdraio e ordiniamo 3 birre. Iniziamo a chicchierare e a snocciolare ricordi ancora freschi di quest’Albania appena attraversata. I nostri vicini di ombrellene sono dei Kosovari, due coppie. I 2 lui ciccionissimi e simpaticissimi che si rotolano sudati nella sabbia, che sembrano trichechi impanati. Le 2 lei: signorine niente male, fianchi un po’ fuori misura e vestitini aderenti a righe deformate dei kili in eccesso.

Raccontiamo e loro ascoltano e ricambiano i notri complimenti per la loro terra con altri 3 giri di birre. L’Afghano non vuole essere da meno e si presenta in spiaggia con un vassoio di Gin e acqua tonica. Sotto il sole e dopo tutte quelle birre Il Gin Tonic è una sberla in faccia che ci sveglia giusto il tempo per memorizzare l’ultimo fotogramma del nostro viaggio, fatto di risate e amici.

Guardo l’orologio e sono solo le 14.00 e a me sembrano già le 03:00. Addio.

Riporto testualmente gli appunti presi sull’ultima pagina della mia Moleskine che oramai erano davvero le 03:00 di notte, almeno sul pianeta Terra:

“mi allontano dagli altri, dai loro gracchianti schiamazzi. Ho bisogno di telefonare, ne ho bisogno, ho bisogno di raccontare quello che vedo, devo raccontare in diretta quello che mi succede, perchè a volte è incredibile, sfiora l’inverosimile.
Il Suv da 1 milione di dollari ha la portiera aperta e la luce dell’abitacolo illumina le notre misere e malconce moto da 4 soldi parcheggiate lì vicino. Il Suv è un Land Rover superacchittato che vale quanto tutto il PIL del Kosovo. Dalle casse vomita musica dance a tutto volume, i corpi tutte curve delle due ragazze kosovare, un filo sovrappeso sui fianchi, si stagliano nel buio evidenziano carne e peccati. Intravedo L’Afghano e il Saraceno che ballano saltellando decisamente fuori tempo, il ricco ciccione kosovaro è seduto sudato alla sedia con il culo che gli sborda di lato e se la ride, beve ancora e se la ride. Sul tavolino bottiglie di pessimo rosso e bicchieri di prosecco e posaceneri. A terra birre e spumante e lattine vuote.”

Dall’altra parte della cornetta chi ascolta quello che descrivo mi dice : “Sei ubriaco!”
e io: “Sì, ma ti giuro che è tutto vero!”

FINE

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1Comment
  • elisabetta angelini
    Posted at 14:40h, 23 agosto Rispondi

    che bel documentario fotografici ed oltre. Bravo nipote ! Che invidia

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