21 agosto: Shiraz
Avrebbe dovuto essere una giornata di riposo, invece si rivelerà una giornata campale.
Solita “colazioncina” leggera e si esce belli pimpanti alla ricerca della chiesa cattolica di Shiraz. Non facciamo nemmeno troppa fatica a trovarla con tutte le indicazioni che ci danno. In mezzo a basse palazzine si staglia la cupola con un’inconfondibile croce cristiana sopra.

Suoniamo al cancello principale, bussiamo, chiamiamo a voce, cerchiamo di sbirciare dentro attraverso il buco della serratura. Le proviamo tutte. Niente.
Facciamo il giro e chiediamo a dei soldati poco lontani se è quella l’entrata. Ce lo confermano.
Lungo il muro c’è pure un’altra porticina in ferro ma un inequivocabile cartello in inglese e in farsi, lascia intendere che chi ci abita si è scocciato di tutte le scampanellate dei turisti in cerca dell’entrata.
Un po’ sconsolati ce ne torniamo da dove siamo venuti.

Improvvisamente Daniela smette di parlare. Luigi ed io al momento non ci accorgiamo di niente poi la situazione comincia a precipitare: Daniela ci dice di non sentirsi bene, ha bisogno d’acqua, comincia a gonfiarsi come una palla e respira a fatica.
Affrettiamo il passo per raggiungere al più presto l’albergo, fortunatamente non troppo lontano, dove teniamo le iniezioni di cortisone.
Capisco dall’espressione di Daniela e dalle sue poche parole che la situazione è abbastanza grave e sta precipitando: ha un fortissimo attacco allergico.
Ci precipitiamo in stanza e mentre Luigi comincia a tirare fuori le carte per attivare la copertura sanitaria che abbiamo stipulato, io faccio l’iniezione di cortisone preparandomi a quella successiva di adrenalina caso mai dovesse servire.
Mandiamo anche un centinaio di sms allertando tutti gli amici disponibili a Roma e facendoli preoccupare abbastanza, perché non riusciamo a metterci in contatto con un medico in Italia.
Daniela si mette a letto. Sta veramente male e ha il volto gonfio e deformato.
Luigi ha l’obbligo, nonostante il momento drammatico, di documentare l’evento e scatta una foto da mettere eventualmente sulla lapide.
Cerchiamo di mantenere la calma e lei, nonostante tutto, a gesti, ci tranquillizza, ma sembra un castoro obeso. Dopo circa un’ora e mezza passata lì a guardarla, il cortisone comincia a fare effetto e dopo due ore si rialza barcollante dal letto, si rimette il camicione azzurro con il fioccone bianco in testa e un po’ stordita ci dice che possiamo proseguire per un giro nel bazar. Che donn… che Uomo!
Gironzoliamo nel mercato e ci scontriamo con Luciano! Abbracci, baci, pacche sulle spalle, intervengono pure gli iraniani e non ci si capisce più niente. Al solito i parenti di Luciano ci danno l’indirizzo di Teheran invitandoci ad andare a trovarli e a considerarci loro ospiti.
Siamo nel cuore dell’antico bazar di Shiraz alle prese con spezie, lampade di Aladino, teiere made in Cina e stoffe che i mercanti si affrettano a dichiarare con orgoglio essere state prodotte in…Vietnam. Tutta roba che, sono sicuro, non compreremo mai!
Siamo proprio all’incrocio tra vari tunnel del bazar: da una parte si dirama il settore degli ori e delle pietre preziose, dall’altra quello delle spezie, di là ci sono i tessuti, più su i calzolai e i conciatori. Insomma, stiamo proprio in mezzo.
Approfitto di ogni gradino o sediolina libera fuori dalle botteghe per riposarmi senza però perdere d’occhio Moroboschi che c’ha un senso dell’orientamento strepitoso. Fosse per me mi perderei e mi ritroverebbero nel 2030.
Continuiamo il giro per lo shopping fino a quando una bambina ferma Daniela.
Si intuisce che è stata mandata in avanscoperta, insieme al fratellino più piccolo, dai genitori che se ne stanno un po’ in disparte in attesa dell’evolversi della situazione. Poi appena capiscono che non c’abbiamo fretta e che Daniela è “partita” con la conversazione, si avvicinano tutti.
Ormai siamo smaliziati e capiamo che pure ‘sta volta sarà durissima uscire indenni dallo scontro tra le due culture contrapposte.
E chiacchiera con il padre, poi con lo zio, poi con l’amico dello zio, poi con il nonno…ah, no, il nonno non è il loro, è uno che si è avvicinato solo per curiosare…aspettate, vi presento mio cognato e poi il cugino dell’amico dello zio.
Io già mi perdo con le parentele mie in Italia, figuriamoci con quelle degli iraniani…. mi gira la testa, non ci sto capendo più una mazza e mi allontano di qualche metro per fare le foto. Non lo avessi mai fatto!!! Tutti a fare foto, pure la gente che passa lì per caso.
Ad un certo punto scoppia pure un mezzo casino: lì vicino béccano un ladro che s’è fregato qualcosa in una bottega…il padrone lo insegue brandendo un coltellaccio, Cavolo!!! Mentre cerco di mettere il rullino nella reflex mi tremano le mani, sto per fare la foto del secolo… il premio Pulitzer…invece gli spruzzano in faccia solo un irritante, gli danno un calcio in culo e lo mandano via…;
nonostante il bordello, lì, nel nostro piccolo incrocio, avvolti dai profumi e dai colori del bazar, la conversazione non si è interrotta e ha continuato a fluire piacevole e serafica.
Poi due donne del gruppo cominciano a confabulare e rovistano in una sporta della spesa.
Tirano fuori un centro tavola e lo regalano a Daniela. Colta un po’ alla sprovvista la piagnona comincia a versare lacrime di commozione ed è come se si fosse frantumata a terra un’ampolla contenete un virus contagioso…cerco di resistere virilmente ma poi quando vedo che Moroboschi e gli omaccioni iraniani con i baffoni c’hanno pure loro gli occhi lucidi, mi unisco al gruppo e mi metto, per simpatia, a piagnucolare pure io.
Ci salutiamo e ci rintaniamo in una freschissima sala da tè. Sorpresa! Ci sono quelli di Milano incontrati sul traghetto!
Tra tè aromatici e pasticcini deliziosi ci scambiamo le rispettive visioni dell’Iran e i consigli su cosa vedere e le strade da fare.
Rinfrancati dalla merenda proseguiamo l’avventura nei meandri luccicanti del bazar.

L’unico uomo in grado di ingrassare in Iran è Moroboschi che alla disperata ricerca di una nuova cinta, se ne fa confezionare una espressa da un conciatore del bazar.
La cinta muggisce ancora quando gli viene consegnata e la puzza di bestia in cancrena ci perseguiterà per i successivi 6.000 km. nonostante svariati tentativi per sopprimere definitivamente lei e il suo incauto acquirente.

Ci infiltriamo nel dedalo di strade che si diramano intorno al bazar e lasciamo che ci prendano per due idioti che camminano rasenti i muri con in mano immaginarie pistole.

A quattro zampe ritorniamo verso l’albergo e, per evitare ulteriori attacchi allergici da ristornate, ci rifugiamo nello sgangheratissimo kebbabaro “sporco approved” proprio sotto all’albergo.






