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Iran in moto: XI^ puntata

 

22 agosto: Shiraz – Yazd (442 km)

E’ mattina presto per gli standard locali, quando ci piazziamo impazienti con armi e bagagli davanti al garage aspettando che apra, con comodo, per riprendere le Africa.

Diamo di che parlare ai passanti inscenando lo spettacolino dei vari controlli, veri e fittizi, alle moto e caricandole sempre di più. Adesso sopra, oltre ai soliti bagagli, ci sono pure, curiosamente, le spezie, le stoffe vietnamite, le teiere di latta made in Cina e una FAVOLOSA lampada di Aladino che da sola peserà otto kg.

Siamo pronti a partire per Yazd, l’antica città carovaniera posta sulla via della seta visitata anche da Marco Polo nel 1272.
Attraversiamo l’altopiano iranico diretti verso le propaggini meridionali del Dasht-e Lut, uno dei deserti centrali insieme al Dasht-e Kevir, posto più a nord, con temperature che superano i 45° nonostante gli oltre 1.200 metri di altitudine.

La guida, lungo le centinaia di km di queste quasi deserte strade iraniane che attraversano il nulla assoluto, è piacevole e rilassante, intervallata da pochi ma gioiosi incontri con pullman di linea, camionisti che ci salutano con i caratteristici fischi, rari automobilisti e decine di caravanserragli abbandonati.

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Dopo decine e decine di km di infruttuosa ricerca, finalmente individuiamo una solitaria macchia verde. Ci fermiamo per mettere qualcosa sotto i denti prima di proseguire per Yazd.

Inconsapevolmente ci apprestiamo a toccare il punto più basso e infimo dell’intero viaggio in Iran, ma fortunatamente precederà solo di poche ore il punto più alto.
Quei radi alberi e cespugli rinsecchiti crescono ai margini di un canale di scolo ma, essendo l’unico punto con un po’ d’ombra nel raggio di un centinaio di km., è discretamente affollato e sporco.
Nugoli di api inferocite si scagliano contro tutto ciò sia minimamente commestibile e perciò aprire e mangiare delle scatolette, per di più seduti per terra in mezzo alla polvere e ai rifiuti, diventa un esercizio di pura sopravvivenza.

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Ripartiamo consapevoli di aver alzato, e di molto, la nostra concezione sullo spirito di adattamento.

Entriamo a Yazd poco dopo l’ora di pranzo. Sento rivoli di sudore colare dentro gli stivali. Il casco non lo sopporto più, gli occhiali mi danno fastidio e c’ho sete. Faccio un cenno al Moro e ci buttiamo all’ombra di un muro di fango e paglia cercando di fare il punto della situazione e schiarirci un po’ le idee ormai abbondantemente annebbiate dalla calura e dalla stanchezza. Si ferma una macchina e ci offrono dei semi da sgranocchiare. Ne prendiamo una manciatina a testa, ma insistono e ci riempiono le tasche.

Non appena ripartiti ci si affianca un’altra macchina. Il guidatore ci chiede se abbiamo bisogno di un albergo; in condizioni diverse forse avremmo declinato l’invito ma ormai in preda alle allucinazioni decidiamo di fidarci e di seguirlo all’interno degli stretti ed intricati vicoli di Yazd.

Il posto si presta perfettamente ad un agguato ma sordi alle proteste di Daniela proseguiamo veloci dietro la macchina che, dopo non so quante svolte all’interno di quel labirinto di paglia e fango, inchioda in una piazzetta proprio di fronte all’albergo più bello e affascinante visto in vita mia.
Ci accolgono in maniera splendida offrendoci una stanza strepitosa a 1.000 Rial. L’albergo è nuovo, curatissimo, con piante, fiori e fontane interne ed è inserito in una cornice, il centro storico di Yazd, da lasciare senza fiato.

La trattativa la conduciamo in maniera abile e smaliziata tanto da riuscire, alla fine, a strappare il prezzo di 500 Rial (35 euro in tre, compresa prima colazione).
Lavati e cambiati usciamo e ci incamminiamo per il centro deserto di Yazd, apprezzandone immediatamente la frescura dei sui stretti vicoli e la sua estrema tranquillità.

Entriamo in un negozietto e, insieme al proprietario imbarazzatissimo per la vittoria di un iraniano contro un italiano alla finale oro per il taekwondo, assistiamo alla premiazione olimpica. Poi usciamo per dirigerci verso le Prigioni di Alessandro. Chiediamo indicazioni all’unico passante che ci porta fino all’entrata del “museo”, e, prima che riusciamo a bloccarlo, ci paga i biglietti, ci saluta, e se ne va.

Gironzoliamo solitari nelle viuzze di questa suggestiva città, patrimonio dell’umanità, costruita quasi interamente con l’argilla e con, sui tetti, delle particolari torri che catturano il vento e lo indirizzano all’interno delle case per rendere più sopportabile il torrido caldo delle estati iraniane.

Visitiamo la moschea del Jameh che con i suoi due altissimi minareti blu di quasi 50 metri che si stagliano superbi in un netto contrasto di colori nell’omogeneo color ocra del resto della città, offre scorci indimenticabili.

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Saliamo sull’Amir Chakhmagh per godere del panorama di Yazd distesa ai nostri piedi con la palla rossa del sole che scende tra le rocce e le sabbie del Dasht-e Lut tremolanti all’orizzonte.
Scendiamo dal complesso Amir Chakhmagh che il sole è appena tramontato e nella piazza s’accendono le luci. Della gente è intenta a seguire una partitella di calcio improvvisata nella piazza da un gruppo di ragazzini.

Ci avviciniamo e ci mettiamo ad osservare:
Per la barba del profeta!!!! Ma questi non conoscono le più elementari nozioni tattiche!!!
Difese inesistenti, portieri volanti lasciati a se stessi, corrono come pazzi e alcuni c’hanno pure un bel tocco ma vanno tutti appresso al pallone e non lo passano mai.
Io e il Moroboschi fremiamo.
Cerchiamo di fargli capire che vorremmo partecipare alla partita uno per squadra. Alcuni sembrerebbero accettare, altri, vedendoci un po’ vecchi, ci scacciano in malo modo.
Alla fine prevale la “sentenza Bosman” e ci schieriamo uno per parte: io in difesa nella squadra che attacca dalla piazza verso Amir Chakhmagh e il Moroboschi a centrocampo in quella opposta.

I miei nuovi compagni di squadra si presentano ognuno toccandosi il petto:
Alì, Mohammed, Reza, Mohammed II, Alì IV e il cugino Mohammed VII
.
Non c’ho capito niente ma speriamo bene. Immagino che a Moroboschi non sia andata meglio dall’altra parte.
Comunque si comincia. Zero a zero e palla al centro.
Terreno (di marmo) in discrete condizioni, spettatori una trentina circa, temperatura sui 35° e si gioca a piedi nudi.
Anche loro si accorgono presto della differenza! Se prima facevano un gol ogni tre secondi, adesso dopo dieci minuti di aspra battaglia siamo ancora a reti inviolate.
Gli urli miei e del Moroboschi fanno rispettare le consegne tattiche, le difese difendono e gli attacchi attaccano e ci si randella abbastanza.

Poi purtroppo faccio un’apertura a quello che credo sia il mio terzino sinistro Mohammed, invece è uno che gli assomiglia in maniera impressionante ma che gioca con Moroboschi.
A questo non gli pare vero, s’invola verso il mio portiere e lo batte con un preciso diagonale. 1 a 0 per la squadra di Moroboschi che esulta e si abbraccia con i suoi compagni mentre i miei mi guardano come se gli avessi ammazzato un parente.

Dobbiamo assolutamente pareggiare e lì chiudiamo nella loro metà campo. Ma ad un certo punto una palla respinta dalla difesa trova uno splendido stop del Moroboschi che controlla e parte in contropiede!
Quello che accade immediatamente dopo non potrà mai essere chiarito:
secondo me lui è scivolato da solo, secondo lui io gli ho fatto un fallaccio da ultimo uomo. Fatto sta che con Moroboschi dolorante e a mezzo servizio, riprendiamo l’iniziativa a centrocampo ed in una azione convulsa riusciamo a pareggiare.

Sul risultato di 1 a 1 che accontenta un po’ tutti, dichiariamo finita la partita anche perché senza allenamento a 1.230 metri di altezza c’abbiamo le lingue penzoloni che leccano già il marciapiede.
I ragazzini tentano in tutti i modi di farci continuare ma alla fine si rendono conto che siamo alla frutta.
Facciamo le foto ufficiali:

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……e ci incamminiamo verso il nostro meraviglioso e meritato albergo.

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dodicesima puntata>>>

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  • 2 Commenti

      Fallaccio da ultimo uomo, c’avete rubato la partita!!!!!

    • Sei un pagliaccio cascatore.

      L’hai dimostrato pure sabato…spero ci sia qualche foto.

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