30 agosto: Diyarbakir – Katha (Parco Nazionale del Nemrut Dagi)
Esco dall’albergo e vedo Moroboschi che purtroppo si è già ripreso ed è in fermento. C’ha la mappa stesa sul cofano di un taxi e si sta facendo indicare non so quale direzione.
Mentre carico le mie carabattole si avvicina tutto trionfante e mi dice di avere una dritta sicura per attraversare su una non meglio identificata chiatta l’Eufrate prima della diga Ataturk e sbarcare dall’altra parte proprio nel cuore del Parco Nazionale e sotto il Nemrut Dagi.
La giornata è bella, il sole splende e attraversare l’Eufrate mi sembra un’idea meravigliosa.
Dopo un paio d’ore di guida ci addentriamo, seguendo sempre le indicazioni del tassista di Diyarbakir, che dio lo strafulmini all’istante, su strade che ci accorgiamo difficilmente potranno portare ad un qualsiasi imbarco.
Infatti alla fine di una lunga strada dissestata e fangosa arriviamo in un villaggio dove ci prendono per scemi e ci dicono che lì sono 20 anni che non esiste più il servizio di traghetti per l’altra sponda.
Torniamo indietro fino quasi a Siverek e troviamo, seguendo dei semplici cartelli stradali, il posto cercato.
Ci imbarchiamo sulla chiatta turca e nonostante ci facciano mettere le moto di traverso sulla rampa, ci sembra, al confronto del mezzo da sbarco iraniano di Urmia, di viaggiare sulla Queen Elizabeth II.
Il panorama è abbastanza entusiasmante la strada che porta a Katha è costellata di deviazioni che si addentrano nel Parco Nazionale del Nemrut Dagi e che, non appena trovato alloggio da qualche parte nei dintorni, abbiamo intenzione di visitare.
La solita sosta rinfrancante in un benzinaio patito di tabacco, che ce ne fa anche omaggio insieme al solito chai, anticipa di pochi km l’entrata a Katha e l’acquartieramento in albergo.
Attendiamo che la giornata sfiammi un po’ per salire sul Nemrut Dagi in favore di luce e godere del tramonto in mezzo ai famosi “testoni” di pietra.
Appena possibile e dietro le precise direttive ed indicazioni del simpatico albergatore, prendiamo le moto e ci avviamo per percorrere tutto l’itinerario archeologico previsto attraversando, tra l’altro, un bellissimo ponte romano costruito dalla XVI Legione “Flavia Firma”.
Arriviamo ad una delle entrate che portano fin sulla cima del Nemrut Dagi.
Da qualche parte mi sembrava di aver letto che gli accessi erano due, uno facile, lastricato, con una pendenza non eccessiva e l’altro più impegnativo, proibitivo per la maggior parte dei mezzi, con il fondo inesistente, con curve a gomito su pendenze improponibili disseminate di pietre smosse e ghiaia.
Quale ci è toccherà in sorte a noi? L’unica volta in cui ho seriamente pensato di mollare e tornare indietro è stato qui.
Moroboschi ovviamente pare Nureyev e va su come niente fosse. Io arranco come un brocco azzoppato. Sinceramente se non avessi visto lui davanti e immaginato le prese per il culo successive, sarei risceso immediatamente alla ricerca dell’accesso facilitato.
Arriviamo su ed ho la ferma convinzione di aver percorso i venti km più infami e difficili dell’intero viaggio.
Parcheggiamo le moto e proseguiamo a piedi verso il tumulo di pietre frantumate che si alza a cono per circa 50 metri sulla cima della montagna e che segna il luogo di sepoltura, mai trovato, del re Antioco I.
Aspettiamo il tramonto scattando le classiche foto dalle “terrazze” est e ovest circondati da torme di turisti vocianti, saliti su lindi e pinti e con l’infradito ai piedi.
Il sole tramonta veloce tra le montagne e noi riscendiamo, fortunatamente questa volta sulla strada lastricata, fermandoci a mangiare solitari e accompagnati dalle litanie di un muezzin in un ristorantino lungo la buia ma tranquilla via del ritorno.






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