17 agosto: Hamadan – Esfahan
Che cominci la festa!!!!!
Monti Zagros. Le montagne russe le hanno inventate qui.
Arranchi fino in cima e poi precipiti in picchiata dall’altra parte.
Non una volta sola, a ripetizione.
Si passa dagli 800 metri ai 2.000 metri di altezza poi si ricasca a 900 poi si risale a 2.100.
L’aria è secca e rovente …o vomiti o ti esce il sangue dal naso ma almeno non si paga il biglietto.
A me comincia ad uscire il sangue dal naso, faccio un casino dentro al casco, sbrodolo di rosso giacca, guanti e pantaloni; ci fermiamo.
Daniela mi passa spazientita i fazzolettini, Moroboschi, con l’occhio da faina, si guarda intorno alla ricerca di un punto dove seppellirmi velocemente e senza scomodi testimoni.

Ho capito che se non mi spiccio questi due invasati mi fanno fuori senza tanti complimenti. Mi ficco terrorizzato tre etti di fazzolettini dentro il naso e ripartiamo.
Respiro a fatica ma meglio così che non respirare per niente.
Siamo diretti verso una delle più belle città dell’Iran: ha la seconda più grande piazza al mondo, ha un ponte che solo a guardarlo in foto ti vengono i brividi. Esfahan, la metà del mondo, Esfahan, l’ombelico del mondo… e noi, in questo ombelico ci stiamo entrando, in moto, carichi come muli, dopo migliaia di chilometri.
Planiamo quindi su Esfahan da ovest.
Con il sole alle spalle come nella migliore tradizione eroica. Dentro di me canticchio la cavalcata delle Walkirie.

C’è un lungo viale con le solite aiuole piene di gente che cerca refrigerio sotto gli alberi e i cespugli. Passiamo come in parata a volo radente, siamo euforici e le fotografie e le riprese con la telecamera che ci fanno incredibilmente da un corteo matrimoniale amplificano questa sensazione di entusiasmo e ottimismo.
Sbrighiamo abbastanza velocemente la pratica albergo e un po’ meno velocemente quella garage, disegnando la luna e il sole per comunicare al garagista quanti giorni e quante notti abbiamo intenzione di rimanere.
Incontriamo un gruppetto di italiani arrivati lì in aereo e sono realmente colpiti dal fatto che noi, fino lì, ci siamo arrivati in moto e che abbiamo anche intenzione di proseguire.
Fa caldo e dopo aver preparato e bevuto l’ennesimo “bombone” a base di sali minerali, aspettiamo l’imbrunire per andarci a fare il giro nella “piazzetta” Naqsh-e jahàn “immagine del mondo”, la seconda piazza più grande dopo piazza Tienanmen.
A mano a mano che ci avviciniamo, attraversando giardini curatissimi, aumenta la fiumana di folla diretta nello stesso posto dove stiamo andando noi… sono strade e vicoli trafficatissimi di gente e mezzi di ogni genere che confluiscono verso un portone che appena varcato…
io credo che qui finiscano le parole. Non sono in grado di descrivere quello che ho visto, le emozioni che ci hanno attraversato, i suoni percepiti e lo stupore provato. Sicuramente questo posto è l’essenza del nostro viaggio itinerante in moto in Iran. E’ la visione che ti ripaga di tutte le fatiche, del sudore, della stanchezza, che ti fa battere il cuore specchiandoti nell’anima degli altri che ti circondano e che ti fa pensare semplicemente:
“Sono qui e sono felice di esserci”.





Ci sediamo attoniti ammirando migliaia di persone che come noi sono lì, sedute sull’erba o a passeggio, che parlano, mangiano gelati o sorseggiano l’immancabile tè tutto in un’atmosfera di armonia e pace alla quale noi non siamo forse più abituati da tempo.
Ci facciamo notte in piazza, parlando, scambiando sorrisi, saluti e strette di mano con decine di persone, tra cui un bambino-uomo afgano che a tredici anni è già scappato da una guerra devastante, studia con profitto, conosce tre lingue e te lo dice con una pacatezza e una serietà che vorresti tornare a casa solo per distruggere le play station e le tv che riducono la maggior parte dei suoi coetanei italiani in larve istupidite.
Proseguiamo nella fantastica notte di Esfahan in direzione del Ponte dei 33 archi ed è il secondo colpo al cuore. Passeggiamo prima lungo gli argini e poi sotto le arcate di questo vero incanto architettonico che con tutte le luci accese riflesse sull’acqua del fiume Zayandeh, mentre improvvisati ma bravissimi cantanti si esibiscono poeticamente sotto le sue volte, regala scorci e melodie da mille e una notte.







La gente ci saluta semplicemente, tutti ci sorridono e molti ci fermano per parlare con noi… uno addirittura prende Moroboschi per giapponese!
Passiamo il resto della serata in piacevole compagnia di una bellissima famiglia di Mashad che ci tempesta di domande sui più disparati argomenti.
E’ notte fonda quando alziamo bandiera bianca, ci congediamo amabilmente e torniamo in albergo.




