13 agosto 2009. Dubai – Al Ain (E.A.U.): 140 km
Non sono ancora le 06.00 quando mi sveglio, guardo Daniela che quando mangia o dorme è l’immagine della serenità assoluta, mi stiracchio, mi volto verso la sedia dove giace apparentemente morto un pinocchio disarticolato che somiglia a Moroboschi.

Esco dall’aeroporto e mentre guardo il cielo ancora grigio, provo a fare il primo respiro all’aria aperta.
I polmoni si contraggono ma rimangono delusi. Spalanco pure la bocca e ci riprovo riuscendo ad immettere un milligrammo d’ossigeno. Giro sui tacchi e rientro di corsa in aeroporto…
”Cristoiddio, lì non si respira…colpa delle centinaia di taxi e pullman ammassati fuori?”.
No, è proprio così e con il passare dei minuti la situazione peggiora.

Prendiamo al volo un taxi e alle 7 circa siamo davanti all’area cargo della Emirates per sbrigare le velocissime (così ci era stato ottimisticamente raccontato) pratiche di sdoganamento e ritiro delle moto.
Invece passano le ore e delle moto nemmeno l’ombra, cominciamo ad innervosirci, ci rimpallano da un ufficio all’altro e nel mentre abbiamo anche l’occasione di mandare affanculo all’unisono un cinese della sicurezza…tutti ripetono “wait…wait” ma ormai sono quattro ore che noi “wait” al caldo quando ci arriva un sms di Daniela che ci sta aspettando in un altro ufficio: “Ho visto le bimbe nella rete!”. Si riaccende la speranza di non girare l’Oman a piedi e finalmente…ECCOLE!!!

Senza saperlo io e il Moro mandiamo quasi lo stesso sms a Daniela.
Il Moro scrive ottimista: “Fatto!”
io un più prudente: “Quasi fatto…”
infatti, dopo un altro paio d’ore, l’ennesima sequela di improperi, pellegrinaggi da un ufficio all’altro ed essercele scaricate da soli da una piattaforma alta quasi un metro, all’ora di pranzo e con il termometro della moto che segna 49,8° montiamo in sella e puntiamo Al Ain, al confine omanita.
Che ce vo’, una sgambatina, giusto per sgranchirsi dopo le ore passate sull’aereo, saranno un centinaio di km facili.
Invece ogni 10 km circa siamo fermi, beviamo, mangiamo le pasticche di sali minerali che in assenza di saliva pare di impastare il calcestruzzo, ci sdraiamo esausti all’ombra e nessuno ha il coraggio di parlare.
Parlare e trovare negli altri le stesse paure e sensazioni, equivarrebbe a girare le moto di 180° e tornare indietro con la coda tra le gambe.

Sono 140 km feroci.
Una “mazzata” terribile. Se pure “dall’altra parte” è così, non ce la facciamo; sono sicuro.
Il sole è un martello arroventato che picchia le moto come fossero due incudini infuocate. Si fa fatica a toccare le leve freno e frizione nonostante i guanti e le ustioni che scopriremo a sera nell’interno coscia, quella a contatto con i serbatoi, confermeranno che abbiamo attraversato le fiamme dell’inferno arabico e, purtroppo per noi, siamo ancora vivi.

Arriviamo ad Al Ain completamente sfatti. Il giro sulla Jebel Hafeet Road con le sue luci che si arrampicano in salita, lo rimandiamo all’indomani presto, adesso sarebbe un suicidio bollente.
Troviamo un albergo, proviamo a fare una passeggiata ma dopo pochi minuti rinunciamo per rifugiarci di nuovo nel gelo polare dell’albergo. Sono le 9 di sera e il termometro segna implacabile 39°.
Abbiamo già speso più soldi per l’acqua che per la benzina. Il tasso d’umidità non lo so ma ho la maglietta zuppa appiccicata alla pelle e grondo sudore come una fontana. Gli altri due sembra soffrano un po’ meno.


bella la scena dello spiaggiamento nel sabbione… :-))
moro sei un mito….
daniela, reference point for the two ugly mugs!!
triplo, no comment!
senza parole… Complimenti ;)