Iran 2014 #6

Sesta puntata

Sesta Puntata: intrappolati in un deserto salato presso Khur, poi Masuleh e Azerbaijan iraniano e rientro in Turchia

Sesta puntata

E’ lei?

I poliziotti ci arrestano, ci portano in galera e ci rimpatriano chiudendo le frontiere a tutti i motociclisti italiani, per sempre.
Sarebbe stato bello, sarebbe stato facile, saremmo rientrati a casa.
Magari!!!

E invece inizia una notte di paura e terrore.
I poliziotti riescono a rintracciare il proprietario dell’albergo presso cui alloggiamo e dopo un’ora arriva Navid, il figlio, con il suo pick-up e 3 amici.
Siamo salvi! Gli chiediamo di andare con il pick-up a recuperare le moto, ma lui ci risponde:
“Allora siete veramente scemi! Così oltre a due moto lì dentro ci trovano anche il mio pick-up!”
Apre il cofano e tira fuori delle corde e ci domanda dove sono.

Mentiamo spudoratamente dicendogli che le moto sono solo ad un centinaio di metri dall’asfalto. Giriamo il pick-up e puntiamo i fari verso il buio … nulla.
Navid ci guarda chiedendoci se sono davvero “solo 100 metri”.
Con delle torce ci avventuriamo nel buio alla ricerca di due moto impantanate in un lago salato. In un attimo veniamo inghiottiti dal buio e l’unico collegamento con la terraferma è la luce intermittente delle 4 frecce del pick-up.
Procediamo a ventaglio chiamandoci di tanto in tanto con addosso la paura fottuta di perderci a piedi.
Dopo 2 ore di ricerce la luce di un torcia si riflette sullo specchietto delle moto dell’Afgano. Evviva! una l’abbiamo trovata, l’altra, la mia moto dovrebbe essere qui vicino.
Lasciamo una torcia sulla moto di Andrea in modo che sia visibile e iniziamo a tirare fuori la mia. Navid individua prima una lingua di terra dura verso cui trascinare la moto. Scaviamo nel fango ancora caldo per tirare fuori la ruota e poi buttiamo giù la moto e iniziamo a trascinarla con le corde, a tirare con tutte le forze, ad urlare come indemoniati mentre la moto che si muove di pochi centimetri alla volta emette spaventosi suoni sinistri e sembra l’Olandese Volante dei Pirati dei Caraibi.
Dopo circa un’ora riusciamo a tirare fuori la mia moto. Mi rimetto il casco e monto in sella. Saluto gli altri e mi lancio nel buio nero immenso puntando le 4 frecce del pick-up a bordo strada. Per fortuna, per bravura, per Allah, per no so quale motivo riesco ad arrivare sull’asfalto.
Non ci credo. Scendo e bacio la terra come il Papa.

Mi rituffo nel buoi a piedi per raggiungere gli altri che stanno tirando fuori la moto di Andrea. Altro sudore, altre grida di sforzi disumani e finalmente anche l’Afgano può spiccare il volo verso la libertà. Ma viene ingoiato dopo qualche metro e rieccolo nel fango. Siamo sfiniti, stanchi morti e dobbiamo ricominciare.

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Arrivati finalmente all’albergo ad accoglierci troviamo un bel po’ di persone. Il villaggio è piccolo e la voce che stanno arrivando due deficienti in moto rimasti impantanati si sparge in un attimo.
Scendiamo dalle moto completamente ricoperti di fango e il proprietario ci dice che così messi non possiamo entrare. E ha ragione!
Ammucchiamo in nostri vestiti fuori la porta d’ingresso e in mutande in macchina di Navid andiamo a lavarci in un hammam locale.
Ci rilassiamo finalmente nell’acqua calda solfurea dopo ore di fatiche.

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Khur

La mattina ci svegliamo in preda a spasmi di dolori. Sembra che ieri io e L’Afgano abbiamo avuto un macth contro Hulk Hogan e Mick Tyson.
Le moto alla luce del giorno fanno impressione. Soprattutto quella di Andrea. Le passiamo in rassegna per controllare i danni ma c’è poco da vedere perchè il fango ormai secco le ricopre per metà.

Si sveglia anche Navid e dopo una ricca colazione ci accompagna a lavare i nostri vestiti in un torrente nel centro della piazza di Khur. Ci sono una donna e un uomo a lavare un tappeto ed altri vestiti. Non appena immergiamo un nostro stivale il torrente diventa marrone e i due poveretti se ne vanno.

In un autolavaggio scrostiamo gran parte del fango che non ne vuole sapere di venir via.

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Dormitona pomeridiana e cena al Bali Hotel con un super piatto di melanzane, menta cipolla fritta e zafferano: questo è stato il più buon piatto mai mangiato in Iran.

melanzane menta cipolla fritta e zafferano

Verso il Mar Caspio

Finalmente dopo una giornata di riposto spesa a lavarci e a lavare le moto si riparte. Puntiamo a nord verso il Mar Caspio sperando di raggiungere un po’ di fresco. Salutiamo Navid e il Bali Hotel e via.

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Altre ora di caldo infernale e di sfiga. Guardo la moto di Andrea che da sola accende luci, frecce, poi i fari alti poi borbotta. Lui mi si affianca e mi dice che ha noie. Cavolo no! Qui no! E poi a noi due no! Io e l’Afgano messi assieme di meccanica ne sappiamo meno di un criceto stupido colpito da ictus.

Ci fermiamo in una piazzola sotto questo sole infernale. Smontiamo la moto e prendiamo gli attrezzi con i guanti perchè troppo roventi. Riusciamo ad individuare il problema: il relè è partito e in meno di 10 minuti lo cambiamo. Andrea gira la chiave e la moto riparte: Allaaaaaaaah Akbaaaaaaar gridiamo all’unisono verso il cielo.
E’ mezzogiorno e i raggi del sole cadono giù a picco, l’unica zona d’ombra è sotto un camion dove veniamo ospitati per bere un chai da dei camionisti.
Dopo giorni di giallo, marrone e terra finalmente usciamo dalla zona desertica e all’orizzone avvistiamo un po’ di verde, delle montagne e un po’ di fresco.
Ci accampiamo in un torrente in secca in una gola vicino Mojen. Passiamo una notte a patire un freddo tremendo a causa dell’elevata escursione termica: siamo finalmente a 15°-20°, dopo giorni oltre i 40°.

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Mojen / Gorgan / Sisangan

Ci muoviamo da Mojen e tra le curve che ci conducono a Gorgan attraversiamo piccoli paesi. In uno di questi un gruppo di ragazzini locali a bordo delle loro motoscureggette ci sfida. La posta in gioco è alta: una partita di succhi di frutta. Purtroppo veniamo battuti sul finale. Nel video le scene concitate degli ultimi metri prima del traguardo:

Non appena iniziamo a scendere dalle montagne e ad avvicinarci al Mar Caspio una cappa di umidità appiccicosa ci si attacca addosso.
Ci ritroviamo così sudati fradici nella bolgia infernale del traffico dei vacanzieri di Teheran che si riversano a milioni qui fuggendo dalla città.
Guidiamo lottando selvaggiamente contro tutti e tutto facendoci largo con sonore strombazzate e con degli “Ahoooo ma come cazzo guidi”, “C’tua e chi non te lo dice con la mano alzata!” e addirittura anche esagerando con “a’ Laziale!”.
La notte la passiamo ammollo nell’umidità vicino la spiaggia di Sisangan. L’aria è talmente umida che anche le zanzare c’hanno l’affanno e non riescono a volare.

Ancora non capisco come possa piacere questo clima a tutti questi vacanzieri, e vederli in spiaggia farsi il bagno vestiti mi fa star male.

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Masuleh / Kolor

Riusciamo a lasciarci alle spalle il caldo umidiccio del Mar Caspio e ci arrampichiamo ora verso Masuleh. Pausa caffè insieme ad una famiglia in vacanza vicino un ruscello. Continuiamo a salire tenendoci lontano dalle strade asfaltate.

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Tardo pomeriggio e sbuchiamo nel paesino di Kolor, volevamo proseguire e fare altri kilometri ma veniamo letteralmente rapiti da degli Azeri. Restiamo a chiacchierare con loro fino a che non capiamo che tanto da qui non riusciremo a ripartire. E solo dopo aver bevuto 100 chai e aver rullato 100 sigarette ad ognuno per ogni abitante di Kolor, solo allora riusciamo a sganciarci e a piantare la tenda vicino un fiumiciattolo.
Accendiamo il fuoco e ci gustiamo la nostra razione K: Pane, tonno e fagioli. Quanto ci starebbe bene una birra ora, una – una sola, giuro!

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Azerbaijan iraniano

Ci lasciamo cullare dalle curve delle strade dell’ Azerbaijan iraniano disegnando un arco che ci ha portato quasi al confine Iran / Azerbaijan e poi di nuovo a Sud.
E’ quasi un mese che non beviamo una birra e la vista del primo cartello che indica la frontiera turca sia io che l’Afgano leggiamo Birra al posto di Bazargan (Turchia). Ma il misericordioso Allah che tutto vede ci punisce in un attimo facendoci investire da una tempesta di sabbia e pioggia e fulmini che il cielo fa paura.
Spaventati ci rifugiamo a Tabriz per redimere i nostri peccati prolungando questa astinenza per altri 3 lunghissimi giorni.
A Tabriz prendiamo una stanza nel più inospitale albergo dell’Iran. Oltre ad essere troppo caro, il personale era di un’antipatia sconcertante. A Tabriz evitate assolutamente di dormire al Sina Hotel.
Ci rilassiamo spendendo le nostre ultime lire iraniane nel quartiere Elgoli di Tabriz, molto vivo e pieno di gente. Ci facciamo accorciare la barba e i capelli nel miglior barbiere del posto.

Azerbaijan iraniano barbiere a Tabriz soldato iraniano assieme al Moroboschi

Maku / Bazargan / Dogubayazit

Il nostro tempo è finito. Lasciamo il suolo iraniano e rientriamo in Turchia alla ricerca di una Efes, di una fresca e sacrosanta birra!

Superiamo la frontiera iraniana in pochissimo tempo ma è in quella turca che restiamo bloccati per 4 ore. La mia moto non piace proprio e mi portano al controllo raggi X. Ci sono un migliaio di camion in coda da passare sotto questo gigantesco apparecchio, e con un poliziotto dietro con la pistola sguainata in aria ci facciamo largo e passo per primo.

Finalmente siamo in Turchai e in un attiamo come due tossici in crisi di astinenza arriviamo sparati a Dogubayazit. Parcheggiata la moto facciamo il giro di tutti i supermercati, negozi, alimentari, bar in cerca di una Efes. Quando la troviamo scappiamo subito in albero e seduti ad un tavolino al sole dolce del pomeriggio facciamo un epico brindisi alla faccia nostra. Nel giro di qualche minuto, non appena l’alcool entra in circolo complice la prolungata astinenza, ci ritroviamo abbracciati al tavolo ubriachi.
frontiera Iran Turchia frontiera Iran Turchia

birra Efes

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