Sei giorni in Albania, con una ottavo di litro

Un viaggio non ha bisogno di motivi.
Nicolas Bouvier, La Polvere del Mondo

Ho fantasticato per tre anni, di andarmi ad esplorare l’Albania in moto. Se pure ci sono stati alcuni motivi per dover rinviare, per due anni di seguito, questo viaggio, non mi era affatto chiara la ragione, l’ispirazione che mi avesse portato a scegliere quel Paese. Forse perché mi appariva come il più esotico tra le mete vicine all’Italia. E perché implicava l’imbarcarsi su un traghetto: un viaggio oltremare (che parola stupenda!) è un’altra cosa. Nulla come una navigazione notturna può farti percepire con tanta nettezza il distacco dalla consuetudine, dallo scenario dell’ovvio.

Alcuni dicono che per viaggiare, in moto specialmente, servano soldi, attrezzatura, mezzi potenti o tecnologici. Sono partito con una motocicletta 125cc, una borsa impermeabile e una tanichetta da due litri e mezzo per la benzina. Casco aperto, viso aperto.
Scendere da Roma al porto di Bari percorrendo statali e provinciali, senza farsi risucchiare dall’autostrada, anonima quanto un ascensore, è un’esperienza particolare. A 60, 70 kilometri all’ora il paesaggio si espande. È come forare una busta sottovuoto: l’aria si riprende il suo spazio, i volumi respirano la vita che gli compete. Attraverso, tranquillo, una geografia che avevo dimenticato, e mai visto di persona: Le Mainarde, i Monti del Matese, i Monti della Daunia.
Sono partito assieme a mio zio, ma la sua BMW si è rotta prima di arrivare a Bari. Proseguo da solo, con l’idea di ritrovarci in Albania non appena riparata la sua moto. Mi imbarco, a mezzanotte passata, su una nave di camionisti e di emigrati, che tornano in patria per le vacanze estive con le mogli e i figli italiani che parlano con accento lombardo. Gente che ha lavorato sodo. Vasili mi racconta di gestire un autonoleggio per aziende. La figlia studia biologia e mostra di avere idee chiarissime sul suo futuro professionale nel campo delle ricerche biotecnologiche. Jorgos è anestesista, in Lombardia. La sua famiglia viaggia in aereo, ma lui ha dovuto imbarcarsi per poter portare anche il cane. Quando parlano dell’Albania, entrambi alternano speranza, entusiasmo e disillusione. A bordo, di turisti ne vedo pochissimi.

Sbarcato a Durazzo con quattro ore di ritardo, dopo una notte tranquilla, mi presento al controllo di frontiera. Il poliziotto che esamina i miei documenti mi chiede conto del motivo del viaggio. Quando esclamo “turismo” sembra contento. Si interessa all’itinerario. Gli sciorino il mio percorso di massima, che sembra lasciarlo soddisfatto. Se non avessi citato anche la sua città di origine si sarebbe certamente rammaricato: sono fieri del loro Paese, gli Albanesi. Supero la frontiera, e provo quella sensazione stupenda che accompagna i primi kilometri percorsi in una terra sconosciuta.
Comincio da Tirana: non si può non visitare la capitale. La superstrada che la collega a Durazzo è circondata da campi e da villette e palazzine in costruzione, apparentemente senza alcun progetto urbanistico. Le rimesse degli emigrati confluiscono primariamente nell’edilizia residenziale. Mi affianca, lentissimo, un treno di due o tre carrozze: sono di provenienza italiana, lasciate nella consunta livrea originale. Sulle fiancate, lo stemma delle ferrovie albanesi è stato apposto accanto a quello delle FS, senza sostituirlo. In Albania, il treno è un mezzo scarsamente utilizzato: persone e merci si spostano prevalentemente su gomma. Mi colpisce vedere quanto la periferia di Tirana sia trafficata e vivace, in contrasto col centro della città, pressoché deserto. Stanco, senza voglia di impegnarmi nella ricerca di un alloggio, scarto un grande hotel troppo costoso e mi sistemo in un alberghetto di infimo ordine. Una vera topaia, ma con l’aria condizionata, per dieci euro: conto di restare solo una notte. Mi viene permesso di parcheggiare la moto dentro la reception.

Tirana Albania

L’architettura di Tirana è un’alternanza, come in tanti Paesi che hanno vissuto una crescita economica dopo il crollo di un regime, di relitti ideologici in cemento armato e di nuove costruzioni arroganti. Visito il Blloku, quartiere alla moda pieno di locali che assomigliano alle terrasses parigine. La vittoria della globalizzazione è totale: posso bermi uno spritz (mi viene persino chiesto se con Aperol o Campari) con musica commerciale americana in sottofondo. Ovunque, pubblicità Vodafone e Albacall, un’azienda di call-center che lavora per diverse aziende italiane e che cerca giovani operatori. Il motto, che come tutto il manifesto è scritto in italiano, è: “La nostra forza è la differenza”.
Lasciata alle spalle la capitale, attraverso le campagne verso sud-est. Tra le innumerevoli Mercedes degli anni ’90 (l’automobile dominante, anche nei più sperduti villaggi tra le montagne), incrocio carretti trainati da asini e tricicli artigianali costruiti saldando scooter e rimorchi. Gli automobilisti guidano piuttosto tranquilli, e senz’altro meglio di quanto facciano i romani. L’asfalto è ottimo, ma i tombini di ghisa al centro della carreggiata sono stati rubati, lasciando buche aperte a cui devo prestare attenzione. La Strada sembra rappresentare, in pressoché tutti i Paesi ad Est dell’Italia, l’equivalente della nostra Piazza: è il luogo privilegiato dell’incontro, dello scambio. Esprime una vitalità sconosciuta alla nostra esperienza, o dimenticata. È il fine, non il mezzo. Nei tratti più insignificanti, all’improvviso, diventa mercato di attrezzi agricoli, o di rustici basti per asini. O anche, a suo modo, ristorante: una fila di graticole su cui vengono abbrustolite pannocchie per uno spuntino, offerte a bordo strada agli automobilisti.

La città di Berat è di una bellezza sconvolgente, con la sua architettura ottomana, le splendide moschee, il castello che domina il fiume.

Le innumerevoli finestre delle case storiche, sovrapposte, stratificate le une sulle altre, le hanno meritato il soprannome di “città delle mille finestre”.

Trovo alloggio in un piccolo hotel ricavato da due abitazioni storiche restaurate, che si affacciano su un piccolo giardino interno. L’ingresso al parcheggio è un magnifico arco ottomano in pietra scolpita con motivi ornamentali. Di rimpetto all’hotel si impone, col suo minareto, la moschea reale.

Passeggiando tra i vicoli del castello, poco prima che si abbatta sulla città una breve bufera portata dalle vicine montagne, incontro una coppia di sposi che si fa volentieri fotografare sullo sfondo di un’antica chiesa bizantina.

Cinque volte al giorno, dagli altoparlanti dei diversi minareti della città, si ode il canto dei muezzin per l’adhan, la chiamata islamica alla preghiera: un canto semplice, che mi suscita una sensazione di grande tranquillità. Mi contatta mio zio, che non potrà raggiungermi perché due diverse officine non hanno potuto risolvere il guasto elettrico della sua moto. Posso bene immaginare la delusione che sta provando.
L’indomani, caricati sulla motocicletta i miei elementari bagagli, punto verso Gramsh. Di lì, ho letto da qualche parte, è possibile attraversare, in direzione Moglicë e Maliq, la gola del fiume Devoll su una pista sterrata di circa 70 kilometri che mi porterà nei pressi di Korçe, la mia prossima base per due giorni di esplorazione dei laghi di confine. Quando la raggiungo, la trovo chiusa da una sbarra.

Il guardiano mi spiega che fino alle sei di sera non potrò passare, perché sono in corso i lavori che trasformeranno la pista sterrata in strada statale asfaltata. A gesti, mi fa capire che è implicato l’uso di esplosivi. È appena mezzogiorno, sta per piovere e mi aspettano molte ore di attesa. Le montagne che mi sovrastano sono imponenti, selvagge. Sento di non voler rinunciare: forse, mi viene fatto di pensare, è proprio questa pista il cuore del mio viaggio in moto.

Ritorno indietro di qualche kilometro e trovo riparo per me e per la motocicletta sotto la tettoia di una piccola taverna. L’anziana cuoca, con cui comunico con gesti rudimentali per chiedere qualcosa da mangiare, tira fuori da sotto un tavolo una busta di plastica che contiene pezzi di coniglio, che mi frigge in padella e che accompagna a un’insalata di cetrioli amari e a un cestino di pane.

Scoppia, atteso, un violento temporale, ma sono all’asciutto e sazio, e va bene così. Una macchina della polizia si ferma sotto la tettoia di una stazione di benzina sul lato opposto della strada. Sembra che anche i poliziotti vogliano attendere che smetta di piovere. Dopo un’oretta, forse per noia e per curiosità, vengono a parlarmi. Sono un poliziotto di mezza età e una giovane collega. È lei ad avviare la conversazione. Parla un italiano rudimentale: mi racconta di essere un’allieva poliziotta, in tirocinio pratico dopo il corso di formazione (mentre chiacchieriamo, il poliziotto più anziano, che è il suo tutor, dà un’occhiata nei paraggi con arie da detective). Ha una sorella che vive a Brescia, e che va periodicamente a trovare. Le piace l’Italia e le piace parlare italiano, la lingua straniera più diffusa in Albania. Mi chiede dove sia diretto, e quando le dico della sterrata tra le montagne mi avverte che è zona di lupi. Ha smesso di piovere, e deve tornare a lavorare. Mi lascia il numero di telefono della polizia, nel caso incontrassi problemi.
Tornato alla sbarra attendo che la strada venga aperta. Ma devo fare i conti col guardiano, che sembra godere della mia impazienza. Nonostante siano già le sei e stia facendo buio, perde tempo ostentatamente al telefono, lasciando passare con fare complice solo un fuoristrada albanese. Gli “uomini delle sbarre” si comportano allo stesso modo ad ogni latitudine: godono nell’instaurare queste meschine relazioni di potere. Quando mi permette finalmente di passare sta ricominciando a piovere. Provo una grande delusione quando mi accorgo che la strada, dopo il primo tornante che introduce nella gola del fiume, è stata asfaltata. Per fortuna sarà così solo per un paio di kilometri. Ancora qualche tratto battuto dai bulldozer, e il fondo diviene semplice terra, resa fango viscido dal rovescio di poche ore fa. Noto con tristezza, a bordo strada, una modesta lapide con un casco giallo da operaio, spaccato, appoggiato su di essa: una morte bianca, per uno stipendio che probabilmente non supera il costo, in un qualunque centro commerciale italiano, di un paio di jeans di marca. Istintivamente rallento la velocità.

La sterrata, che da asciutta non presenta certamente difficoltà, mi risulta impegnativa per via del fango e degli smottamenti causati dal temporale. Non c’è alcuna protezione ai lati della carreggiata, che alla mia destra dà direttamente sulla gola del fiume.

Non incontro nessuno se non qualche cane randagio, mordace, che schivo con decisione. Vedo un sentiero che scende verso il fiume, e un piccolo ponte sospeso che lo scavalca, ma nessuna casa.

Dopo un’ora di tracciato comincio ad essere inquieto. Sono da solo, in fuoristrada nella gola di un fiume, all’estero, sta piovendo, il sole è tramontato dietro le montagne e non sono sicuro di avere scelto la traccia giusta nei bivi che ho incontrato. Penso di aver fatto un passo più lungo della gamba. Incontro una macchina ferma sul ciglio della pista, cerco di ottenere conferma sulla mia direzione. Quattro ceffi ubriachi, nell’abitacolo, per tutta risposta si mettono a sghignazzare. Non è una bella situazione: do gas e proseguo. Per fortuna la direzione si rivela quella giusta: la strada comincia ad essere più larga e compatta, incontro le prime case di un villaggio, e alla fine sono di nuovo sull’asfalto. Sono stato un po’ teso, ma la pista tra le montagne è stata un’esperienza da ricordare. E ho colto l’ultima occasione per viverla, perché dal prossimo anno diventerà una strada asfaltata come tante. Rapidamente raggiungo Korçe e mi sistemo in un hotel dove, nella reception, è allestito uno scenario bucolico con animali impagliati. Su una parete del lounge noto un dipinto a olio che raffigura un giovane in tuta e scarpe da tennis intento a sgozzare un capretto.

Korçe non mi risulta di alcun fascino, improntata com’è ad una contrapposizione confusa tra una facciata mondana da villeggiatura e quartieri sinistri e diroccati, ma oltre ad ospitare un piccolo museo che raccoglie le più belle icone bizantine dell’Albania e in particolare quelle, le più famose, del Maestro Onufri, sarà la mia base per l’esplorazione dei Laghi Prespa e Ohrid, al confine. Per due giorni piove, in città, ma valicando le vicine montagne per raggiungere i laghi trovo tempo sereno. Le strade sono vuote, tutte curve: la gioia del motociclista. Incontro parecchie tartarughe che attraversano la strada, e pochissimi automobilisti. I Laghi Prespa sono due, Grande e Piccolo Prespa, e sulle loro acque corre il confine di stato con Macedonia e Grecia. Hanno un colore stupendo, azzurro ceruleo. Quando lo ammiro, guardando la rive opposta del Grande Prespa, mi emoziono nel sentirmi così vicino al cuore dei Balcani.
Questo tranquillo orizzonte, tra poche settimane, sarà lo scenario di un’epocale migrazione di profughi siriani, che attraverseranno la Macedonia cercando di raggiungere, con ogni difficoltà, Ungheria e Germania. Ho fame: trovo, affidandomi ai consigli di un pastore, il ristorante “Alexander”, vicino al lago. Nel parcheggio, una vecchietta sta eviscerando in un catino d’acqua due enormi pesci.

Chiedo al cameriere: «Mangiare?». «Qui non mangiare, qui pesce», risponde serio. «Bene, va benissimo. Che pesce c’è?». «Solo carpa, solo fritta». Ottimo, mi aggiudico tre tranci di carpa fritta, un’insalata greca e una birra («Qui, solo birra grande!», mi viene detto con un’espressione decisa che non ammette repliche), in veranda con vista sul lago. Il giorno dopo mi faccio un bel giro sull’Ohrid, lago molto più grande diviso tra Albania e Macedonia. È il lago più antico d’Europa, e ospita il pregiato koran, una specie prelibata di trota. Sulle rive si vedono molti dei bunker, oggi abbandonati, di cui Enver Hoxha disseminò, nella sua ossessione per le invasioni e per l’isolazionismo, tutto il Paese. È un peccato che, pur essendo passati tanti anni, questi relitti siano ancora visti all’estero come una delle “cose più tipiche albanesi” e finiscano così spesso in copertina nelle guide turistiche. L’Albania ha ben altro da offrire al viaggiatore, e per tutti i gusti: ospitalità, archeologia, paesaggi mozzafiato.

Sto per terminare il mio piccolo viaggio. La prossima meta è Kruje, il cui castello è stato, sotto il comando di Skanderbeg, l’epicentro della resistenza albanese all’invasione ottomana durante il XV secolo. Devo risalire verso il centro dell’Albania, passando da Elbasan e Tirana. Percorro una bella statale che, come di frequente in questo Paese, ricalca il tracciato di in fiume tra le montagne. La ferrovia, parallela alla strada, è abbandonata da anni, così come le industrie per cui fu costruita: incontro capannoni, gru, altoforni abbandonati, sventrati, dimenticati. Relitti di un’economia industriale che non ha resistito alla riapertura delle frontiere e che deve aver lasciato moltissimi disoccupati. Incontro due o tre moto, grosse enduro nordeuropee cariche di bagagli, e un gruppo di lituani che è arrivato fin qui con due vecchi camper Ducato piuttosto malmessi. Facciamo due chiacchiere durante una sosta. Sono due famiglie molto numerose, che non potrebbero sostenere il costo di tanti biglietti aerei e che quindi hanno scelto di viaggiare così. Il giovane capofamiglia, molto simpatico, mi mostra una specie di librone di viaggio, dove ha raccolto e ordinato, come in un menù, tutte le informazioni utili trovate su internet e le fotografie delle località che vuole visitare: un tipo decisamente meticoloso. Riprendo il mio viaggio di curve e valichi, stando attento alle buche sulla linea di mezzeria: anche qui, qualcuno ha rubato i tombini in ghisa. Raggiungo facilmente Kruje, dopo un veloce spuntino a base di polpette speziate, cipolle crude e tzatziki, percorrendo una serie di tornanti in un meraviglioso bosco di pini dal profumo intensissimo. La mia camera si affaccia, con un ballatoio, direttamente sul bellissimo bazar ottomano e sul castello.

“Castello”, come in altre località albanesi, descrive il castrum, ossia una vera e propria cittadella-villaggio, dove oltre al castello vero e proprio si trovano case, chiese e moschee.

Visito il piccolo museo Skanderbeg in cui, oltre a una serie di cimeli che glorificano la storia albanese, è esposta una vecchia mappa dell’Italia: raffigura la distribuzione delle comunità arbëreshë, ossia quelle formate dagli albanesi di rito greco-bizantino che a partire dal XV secolo hanno popolato, con numerose comunità, il sud Italia e la Sicilia in seguito alla progressiva conquista ottomana dei Balcani. Dopo aver visitato i ruderi del castello di Skanderbeg, rappresentati da una severa torre da cui si domina tutta la pianura fino al mare, bighellono tra i vicoli e mi imbatto in una piccola ed elegante costruzione, che sembra una moschea ma è priva di minareto: è una teqe, edificio sacro che ospita le funzioni religiose di una setta esoterica islamica Sufi. È sobria e bellissima, appartata com’è dal cicaleccio dei turisti, nell’estremità sud della cittadella.

Mentre mi riposo nel giardino, mi avvicina il guardiano, che interrompe la cura del giardino a cui era intento e mi invita a conversare nella sala delle riunioni degli adepti, onorandomi dell’offerta di un caffè alla turca che mi prepara con il tradizionale bricchetto di rame. Da un poster alla parete ci osserva Alì, genero di Maometto.

È il momento in cui tutta la fatica del viaggio si dissolve, lasciando nitide tutte le belle esperienze che ho attraversato in questi giorni. Mi allontano leggero dalla teqe, e mi trovo un bel ristorante da cui posso godere di una splendida vista sull’Adriatico, che domani sera attraverserò per tornare a casa. In qualche modo è il momento in cui posso festeggiare il mio viaggio. Concludo un ottimo pasto con un antico dolce tradizionale, molto particolare: un budino di riso dolcissimo, cotto con miele e carne d’agnello. A leggerne sembra bizzarro, lo so, eppure è uno dei dolci più buoni che abbia mai assaggiato.
Il giorno seguente ritorno a Durazzo, per il rientro. Un bel pranzo in spiaggia con datteri di mare (vietatissimi, in Italia) e linguine allo scoglio (la maggior parte dei cuochi ha lavorato in Italia, e sanno ciò che fanno), una visita fugace all’anfiteatro romano (deturpato da orrende palazzine costruite non solo intorno ad esso, ma anche dentro l’arena) e sono in fila per l’imbarco. Sono l’unico motociclista, l’unico turista.

Mentre l’equipaggio, diretto dal comandante greco che fuma una quantità impensabile di sigarette e che me ne regala un pacchetto dalla stecca che tiene in mano, procede all’imbarco di auto e camion, chiacchiero con due albanesi. Sfilano, davanti a noi, dentro auto di alta gamma BMW, Mercedes e Audi, famiglie di kosovari che ritornano in Svizzera. Sono quelli più ricchi, tra chi è emigrato, e quelli più sovente implicati nel traffico di droga che ha finanziato, assieme al traffico di armi, la guerra dell’UÇK in Kosovo, Paese la cui indipendenza è solo parzialmente riconosciuta e che rimane condizionato da intense contrapposizioni etniche. Seguono, nella trafila dell’imbarco, gli albanesi d’Italia, con normalissime auto familiari. Gli albanesi con cui converso mi descrivono come, in Albania, l’antagonismo tra le due fazioni politiche, democratica e socialista, raggiunga livelli quasi tribali e sia pervasiva a tutti i livelli sociali, condizionando la possibilità di ottenere o mantenere un impiego anche ai livelli più bassi della scala sociale a seconda dei giri di giostra delle elezioni. Entrambi nutrono poche speranze rispetto al futuro dell’Albania, per via di una corruzione che dipingono come incontrollabile, e sono soddisfatti di vivere e lavorare in Italia. Mi spiegano che i medici del servizio pubblico, in Albania, non visitano i pazienti se non gli vengono messi soldi sul tavolo. Ed è così anche per tutte le pratiche amministrative. Un poliziotto, in Albania, guadagna l’equivalente di duecento euro al mese: è facile intuire come sia diffusa e agevole la corruzione. Ma quando parliamo della crisi economica e di come ne parlano gli italiani, uno dei due mi guarda, sorride ironico e dice «Gli italiani parlano tanto di crisi, ma la crisi non è quando non ti puoi comprare un vestito firmato o non puoi andare in vacanza. La crisi è quando la gente non ha da mangiare».

Scheda

Giorni di viaggio: 7

Km percorsi: 1800

Traghetto: Ventouris Ferries, Bari-Durazzo-Bari. È anche possibile imbarcarsi, in alternativa, da Brindisi per Valona.

Moto: Suzuki Vanvan Rv125, con rapportatura accorciata.

Mappa: Ho scelto la più dettagliata, la “Albanien” di Freytag & Berndt, 1:200.000, reperibile su Amazon e molto valida. In Albania le strade, rispetto alla descrizione delle mappe, sono da considerare di categoria inferiore al dichiarato (ad es. autostrada corrisponde a superstrada, statale corrisponde a strada provinciale, ecc.). Consiglio di non affidarsi ai tempi di percorrenza indicati dai navigatori, che vanno aumentati almeno del 40% a causa dell’andamento del traffico o delle limitazioni dovute alle condizioni del fondo stradale.

Guida utilizzata: tra quelle disponibili, consultate le informazioni in rete, ho scelto “Albania” di Gillian Gloyer, Ed. Bradt, in inglese. L’ho trovata poco affidabile rispetto alle indicazioni su hotel e ristoranti, ma molto valida per il turismo.

Guidare in Albania: All’ingresso nel Paese (o già a bordo del traghetto, in molti casi) è necessario stipulare una polizza RC di durata quindicinale, che costa circa 20 euro. Tranne per lo scarso uso delle frecce, gli Albanesi guidano bene. Le condizioni delle strade sono molto variabili: un tratto di strada perfettamente asfaltato può improvvisamente diventare molto sconnesso, e bisogna tenerne conto. Fuori città, specialmente in campagna, è frequente incontrare mezzi di vario tipo (gli onnipresenti scooter a catena cinesi, infinite varianti dell’Honda Cub, di circa 100 cc, che sono i più diffusi) o animali da trasporto che procedono contro mano a bordo strada. I distributori di carburante sono capillarmente diffusi, anche in luoghi poco frequentati, perché sono coinvolti nel riciclaggio di denaro: ne troverete di grandissimi e deserti, uno ogni kilometro, sempre aperti. La benzina costa circa 180 Leke al litro (1 euro = 140 Leke, cambio di agosto 2015). I giovani albanesi parlano quasi tutti un buon italiano, e spesso altre due lingue straniere: per ottenere indicazioni basta chiedere e sarete aiutati con sollecitudine da chiunque.

Hotel e alloggi: Ho sempre trovato una sistemazione senza bisogno di prenotare. Ottime e spesso splendide sistemazioni, corrispondenti a un prezzo indicato come “medio” sulle guide, costano circa 25 euro a notte (si può contrattare uno sconto, spesso). Sconsiglio di scendere di fascia, perché cercando tariffe inferiori si finisce in topaie miserabili, come è capitato a me a Tirana all’Hotel Republika. A Berat, consiglio decisamente il Mangalemi Hotel (detto anche “Tomi” e da non confondere con il quasi omonimo Belgrad-Mangalemi Hotel), dimora storica molto affascinante localizzata all’inizio della scivolosissima strada lastricata che dal centro storico sale al castello. Ha anche un buon ristorante. A Kruje consiglio l’Hotel Panorama, le cui camere si affacciano direttamente sopra al bazar e di fronte al castello. È anche possibile trovare alloggio in alcuni hotel/b&b all’interno delle mura del castello.

Non ho visitato, ma consiglio di vedere anche: Thethi è una caratteristica località di montagna, nel nord dell’Albania, che si raggiunge con una lunga e affascinante strada sterrata. Il viaggio sul piccolo traghetto (trasporto passeggeri e auto/moto) che percorre da ovest ad est, attraverso montagne impervie, il “fiordo” del Lago Koman da Fierzë a Koman è uno dei più spettacolari viaggi in nave europei. La strada costiera che da Saranda risale, con un saliscendi tra spiagge e montagna, verso Valona è considerata tra le più panoramiche del Mediterraneo. Gijrokastra è un’altra cittadina ottomana con bellissime case fortificate che meritano ampiamente una giornata o due di visita. Arrivando da Berat a Çorovodë, e da lì aggirando da sud verso est il Monte Tomorri verso Radesh e Melovë, è possibile percorrere bellissime sterrate di montagna, molto frequentate da fuoristradisti.

Testo e foto di Peggio

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1 Comment
  • Enrico
    Posted at 06:48h, 14 marzo Rispondi

    Complimenti per il viaggio ed il suo racconto!
    Deve essere stata una grande emozione fare un giro del genere con il van van!
    Complimenti ancora!

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