Turchia e Siria in moto

La Compagnia dell’Anello Mediorientale
Gennaio 2006: con Moroboschi cominciamo a fantasticare di un viaggio.
Lui dice: “Marocco” , io “Siria“… faccio valere l’anzianità e con puerili bugie sulle temperature più basse rilevate d’estate in Siria, mi aggiudico il round.

Una sera poi a casa mia, complice qualche bicchiere di vino di troppo e gli imminenti lavori di ristrutturazione, cominciamo a “disegnare” il tragitto direttamente sulla parete di casa…

Ormai il più è fatto. L’Ermetico non viene neanche interpellato, tanto lui e Emanuela hanno bisogno di due sole cose per partire: lei un libro e lui il gps… poi dove si va si va.

Raccogliamo notizie, visti, patente internazionale, mi faccio prendere dall’euforia e mi faccio fare pure il certificato di battesimo… ad aprile prenotiamo il traghetto, partenza sabato 19 agosto 2006 ore 23,00 dal porto di Brindisi destinazione Cesme in Turchia.
Poi mamma il 28 luglio cade uscendo da un ascensore e si rompe il femore. Avrà bisogno di trasfusioni, e qui lo sporco cuore darà il meglio di sé: 17 sacche di sangue arriveranno all’ospedale, donato dagli Sporchi e dai loro amici.
Sarà lei stessa dopo l’intervento ad insistere affinché si parta lo stesso.
E’ il 17 Agosto.

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Sabato 19 Agosto 2006

All’appuntamento sotto la morotana arriviamo in leggerissimo anticipo rispetto all’orario previsto.
Sono le 7,40 a.m.. L’appuntamento è per le 9.00 fortunatamente sempre a.m.
Non ho dormito. Come sempre. Che parta per il supermercato sotto casa o per la Siria, il mio fisico reagisce sempre allo stesso modo: notte insonne e cacca lenta: che vorrà di’? Boh, forse sono ansioso.

Citofono a Luigi e gli dico che con Daniela andiamo a farci un giro verso la Siria. Torniamo. Scende Luigi che già sembra un hezbollah e poco dopo arriva Elheme, e nei suoi occhi ancora in pantofole, leggo la tristezza di non poter partire insieme a noi: ci raggiungerà in aereo tra una settimana ad Antalya. Ecco gli Ermetici con un ingiustificato e irritante ritardo di circa 40 secondi. A sorpresa arriva rombante, e come al solito bellissimo, il Magico che ci scorterà fino al GRA, scattando le prime foto di questo indimenticabile viaggio.

A Brindisi cominciano le sorprese. Ci chiedono di pagare le spese per i diritti portuali, Facciamo i simpaticoni, abbiamo pagato tutto all’agenzia di Roma… anche loro sono simpatici ma o cacciamo fuori 210 euro o niente nave…
..ah, guardate che al ritorno ne dovrete pagare altri 240…”
Cominciamo bene. Avvertiamo Elheme, mandiamo fax a Roma, dovrà cominciare ad allenarsi per litigare…

Divorati dalle zanzare brindisine corriamo a fare la spesa per affrontare le 32 ore di navigazione.
Tonno, carne in scatola, frutta, pomodori, formaggi succhi di frutta… siamo furbi noi sporchienduristi, non ci faremo certo spennare dal ristorante della nave. Ci guardiamo! Ammazza che “dritti” che siamo, a noi non ci fregano mica!

Un’Africa Twin, un prototipo Canaroracing ed un Custom prendono posto nella stiva della Captain Zaman… nave turca, bandiera panamense e personale di servizio russo… sembra un incrociatore di “Guerre Stellari”, la figura dell’Ermetico “Darth Fener” che gironzola sui ponti dà un tocco di realismo in più.
Mare liscio, sembra olio…olio? Si, si, di olio ne abbiamo portati 5 litri, speriamo basti. Nave semi vuota, in una cabina l’Odalisca, il Kamikaze ed io, nell’altra Emanuela e Daniela. Pranzo.
Ci accomodiamo sul ponte. Orgogliosi tiriamo fuori le nostre razioni “K”. La gente ci guarda perplessa e si allontana… annuso il formaggio e poi i piedi di Luigi… ancora non puzzano o almeno non abbastanza da giustificare questo fuggi-fuggi intorno a noi.

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Solo poco prima di andare a letto la seconda notte, e per colpa di Clara e Pablo che fanno i giramondo in bicicletta, scopriamo le vette della nostra furbizia e la strana solitudine che ci circondava in prossimità degli orari dei pasti: IL RISTORANTE ERA COMPRESO NEL PREZZO.
Non ci lasciamo travolgere dallo sconforto e, recuperate Daniela ed Emanuela già con un piede fuori bordo, cominciamo a fare i conti: 247 euro e siamo appena partiti. Se continua così…

Lunedì 21 agosto 2006

Porto di Cesme. Sbarchiamo velocemente. Formalità doganali.
Sole impietoso. La macchina turca di fronte a noi viene spinta da una donna tutta infagottata mentre il marito al volante beve una lattina e legge il giornale… le ragazze guardano indignate mentre noi vorremmo farci fare un autografo dall’uomo. La Turchia: Paese delle opportunità.
Salutiamo Clara e Pablo e gli finanziamo parte del viaggio acquistandogli tre bamboline di pezza… comincio a guardare con occhi diversi Emanuela e Daniela… quanto varranno? Anche Emanuela e Daniela guardano… Pablo.

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Partiamo verso est. Termometro sui 43° fissi. Umidità non misurabile ma ho due trote vive sotto le ascelle. La Canaroracing e la motoermetica tremolano nella calura e nelle vibrazioni degli scarichi aperti. Casco, giubbotto e protezioni varie fanno il resto.
Cerco un cenno di Daniela che alza il pollice verso l’alto… mi comunica che sta bene… no, mi sta dicendo che la temperatura è salita di un altro grado 44°. Di questo passo, penso, sarà difficile non solo arrivare in Siria ma anche andare a prendere Elheme ad Antalya.

Efeso: entriamo in un campeggio in riva al mare; ci chiede 50 Euro, io faccio lo “gnorri” e gli allungo deciso 50 lire turche, la metà; rapida occhiata tra compari e decidono di accettare (tanto già ci stanno straguadagnando). Piantiamo solo due tende: in una gli ermetici e nell’altra Daniela, Moromoscio (?) ed io. Piazzo Daniela in mezzo, non mi fido a dormire vicino al Moroboschi!

Visitiamo Efeso: pochi turisti, clima sereno ma soldati armati di guardia.

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Al ristorante del campeggio spazzoliamo tutto nonostante Luigi sia terrorizzato dalle raccomandazioni su cosa mangiare e su cosa non mangiare. Gli ermetici mangiano tutto e rosicchiano pure le zampe del tavolo, Daniela comincia a fare i conti con le sue allergie alimentari, poi vorrebbe rivoluzionare la sua matematica gastrica. Io, pavido, la convinco a rinunciare e di buona lena cominciamo a sfoltire il pollaio turco.

22 Agosto 2006

Notte afosa. I materassini gonfiabili sembrano cosparsi di colla per topi. Colazione, e mentre ripartiamo il “Baffo” del ristorante ci restituisce, scusandosi, parte dei soldi per un errato calcolo sul prezzo della colazione. Facciamo gli “sboroni” e gliene lasciamo la metà di mancia.
Purtroppo, con l’arrivo di Elheme che si unisce alle altre due “pulciare”, termineremo di dilapidare allegramente in mance la cassa comune!

Cincischiamo lungo la costa in attesa del 25 agosto. Passiamo una caotica Bodrum dove incontriamo un leccatissimo africano turco.
Strada facendo esplode la prima delle tre bombolette gonfia e ripara. Poliziotti turchi ci offrono da bere. Andiamo via, troppo casino…
Adriano accosta, motore spento… Sostituiamo al volo la pompa della benzina con quella preziosa fornitaci dal Magico.
Proseguiamo per un campeggio indicato sulla cartina. Arriviamo….bellissimo! Optiamo per un bungalow. Tutti e 5 dentro la stessa grande stanza. Moroboschi per esigenze pubblicitarie decide di dormire per terra. A cena nel campeggio in riva al mare, gestito da una inglese che sembra la copia più antipatica di miss Marple, attendiamo un’ora che ci portino la cena. A stento tratteniamo gli Ermetici da insani progetti omicidi. Il posto comunque è talmente bello che decidiamo di rimanere due notti, passando il giorno dopo nell’esplorazione della penisola.

23 Agosto 2006

Passiamo lungo una strada da cui partono decine di sentieri fangosi che si perdono tra la vegetazione; Moroboschi freme. Adriano ed io facciamo finta di non vedere niente.

Ci spalmiamo su una spiaggia deserta, tiriamo il telo da una moto all’altra per fare ombra e ci prepariamo a goderci un’intera giornata in perfetta solitudine. Cerco di non pensare al mazzo che dovrò farmi per riuscire dalla spiaggia. Gomme adatte, peso indietro gas aperto, esperienza, e senza alcun aiuto io e l’Ermetico usciremo in un batter d’occhio.
Aspetteremo insolenti mezz’ora prima di vedere Luigi uscire tra mille difficoltà. (questa cosa è una balla, ma basta invertire i nomi e si otterrà la verità).
Torniamo verso il campeggio, poco prima c’è un ristorantino che vogliamo provare. Daniela decide di fare conoscenza con un calabrone sovrappeso. Pungiglione infilato nell’avambraccio e rischio di shok anafilattico; mentre noi ci prodighiamo per disinfettare e prepararci ad un’iniezione, Adriano tenta inutilmente di rianimare il calabrone che gli spira tra le braccia non prima di aver pronunciato un flebile “Mortaccivostra” in turco.

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Arriviamo alla trattoria. Marziani.
Ci guardano con simpatia che a fine serata si tramuterà in un sequestro di persona. Mangiamo da dio poi, al momento dei saluti, scatta il sequestro!
Tre Banditi travestiti da marinai turchi ci ordinano di metterci seduti al loro tavolo e sotto la minaccia di una bottiglia di Raki ci riducono in pochi minuti a tre stracci.
Attimi di tensione al momento di dichiarare le proprie simpatie tra il Galatasaray e il Fenerbahce (squadre di calcio turche). Brindisi. Raki che brucia la gola.
Altri brindisi. Guardo Daniela che ricambia tra il divertito e il preoccupato.
Loro sono a lato, i turchi sono stati gentili con loro ma questa è una questione tra uomini, uomini veri.
L’Ermetico regge una bellezza. Brindisi.
Il mio carceriere si scioglie quando gli regalo l’accendino luminoso donatomi dall’Ermetico.
L’Ermetico capisce il momento drammatico e non si ingelosisce.
Replico con un: “turchi e italiani stessa faccia stessa razza” indicando Morociucco e il suo carceriere.
Un “uno-due” micidiale, manco Tyson. Brindisi.
I turchi si sciolgono definitivamente e quello mio si alza barcollando, sfascia a terra un bicchiere e mi abbraccia e bacia commosso. Daniela preoccupata. La rassicuro poco convinto sull’evolversi romantico della situazione. Brindisi.
Alla fine colpo di teatro di Moroboschi che si alza barcollante (lui dice di aver finto) e si congeda amabilmente.
Io con la scusa di sorreggerlo rompo il fidanzamento seduta stante con il turco e guadagno l’uscita.
Brindiamo a fiatella per tutta la notte.

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24 Agosto 2006

Costa turca, km e km di costa. Arriviamo a Kas. Porticciolo turistico con immancabili italiani spocchiosi che preferisci ignorare piuttosto che scambiarci due parole che conosci a memoria “in aereo, poi abbiamo affittato un caicco, siamo in 19 + lo skipper sopra…”
Via, fuggire, mi vorrei tappare le orecchie. Mi metto un attimo sul balcone dell’hotel, sto bene, tutti nella stessa stanza, turni per il bagno, comincia a fare buio e il muezzin intona le sue preghiere. Pace.
Guardo giù verso le Africa, penso al gemello e al suo “ammazza quanto spingono”.
A cena conosciamo una strana italiana che dice di aver fatto i soldi in giro per il mondo comprando e affittando appartamenti. Dice di vivere in Turchia da 7 anni. Spara un po’ di cavolate. Finge di leggere un giornale turco. Si vanta. Non mi piace. La boccio definitivamente quando con enfasi parla del Nemrut Dagi dichiarando di non poter dire di essere stati in Turchia senza averlo visto.
Le chiedo se lo ha visto. No. Mi alzo e mi faccio una passeggiata.

Venerdì 25.08.2006.

E’ l’alba a Kas. Partiamo che il sole nemmeno è sorto.
Moroboschi comincia ad imporre il ritmo alla vacanza; ci ha lasciato qualche giorno di adattamento e poi giù!
Sveglia quasi sempre alle 6, alcune volte anche alle 5. Guadagniamo ore e km di fresco. Bravi tutti.
Ermetico solitario nella sua loquacità mattutina. Tutti gli altri zitti e asociali per almeno un paio d’ore.
Ritorno dopo 9 anni ad Olympos. Ci avevo lavato i jeans su quella spiaggia. Adesso si paga per entrare. Sembra un villaggio a metà tra il Far west e Woodstock. Cacca Ermetica e ripartiamo verso Phaeselis.
Anche qui si paga per entrare, ma l’acqua calda, la solitudine e le rovine che arrivano fin dentro il mare valgono il prezzo. Tentiamo una riparazione casereccia della pompa della benzina.

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Alla periferia di Antalya entro nel bagno peggiore di tutta la vacanza. L’Ermetico comincia a dare il meglio di sé. Sembra a suo agio. E’ partito già sporco ed ora si ritrova nel suo elemento naturale. Anche i Turchi lo schifano, Emanuela pare abituata.
Andiamo all’aeroporto, un componente della Compagnia dell’Anello, il cui nome tacerò per ovvie ragioni di riservatezza e privacy (Daniela) accusa una leggerissima occlusione intestinale ormai diventata insostenibile… insomma, sono 7 giorni che… vabbè.
Con uno sguardo da “ultimo tango a Parigi” mi chiede di andare in farmacia e prendere dei lassativi…
Ma come? C’abbiamo un bauletto pieno di medicine che sembra l’ospedale di Emergency di Kabul, e non abbiamo un lassativo?????
Sono moderatamente arrabbiato.
Entro come un lord inglese in farmacia. “Excuse me Sir, do you speak english?”
La bocca aperta del farmacista mi suggerisce altre strade di comunicazione. Inizia un teatrino imbarazzantissimo:
Mi metto le mani sulla pancia, mi piego a 90° gradi simulando la ricerca di un’inesistente evacuazione, faccio le facce da “sforzo”, per dare un tocco in più m’impongo di diventare rosso, e non è difficile; mi giro guardando stupito una cacca che non c’è, la indico e faccio “no” con la testa, insomma un frappè di neorealismo e mimica da strada.
Il farmacista incredulo chiama un suo amico…
Finalmente, magari questo parla inglese!
No, lo ha chiamato per farsi quattro risate in compagnia.
Sono avvilito… poi mi dà una scatola… non so come ma capisco che si tratta di un astringente. Porcazozza! Esco come un bufalo mentre i due si sganasciano dalle risate rifacendomi il verso della cacata immaginaria.
Corro verso due piloti turchi, ricomincio il teatrino ma stavolta capiscono l’inglese; arriva Daniela con il vocabolarietto italiano-turco.
Ha cercato la parola “stipsi” su un vocabolarietto da 9 euro alto un centimetro e mezzo.
I piloti hanno scritto fortunatamente un più risolutivo “stitichezza”.
Mi arrabbio in maniera più decisa. La deformazione professionale ha indotto Daniela a cercare una parola che quasi non esiste nemmeno sulla Treccani. Ritorniamo in farmacia e il farmacista legge la parola magica e prorompe in un decisivo e allegro: “Ahhhh….SUPPO!!!!”
Apprendiamo con gioia che “supposta” in turco si dice “suppo”.
Acquistiamo vari altri prodotti per sviare le indagini e al bagno dell’aeroporto procediamo alla delicata operazione. Daniela è risollevata, io sono sfinito dalla mia “Prima” internazionale.

Alle 20.00 arriva Elheme via Berlino. Baci, abbracci, La Compagnia Dell’Anello è finalmente al completo.
Elheme distribuisce a tutti dei regalini portati dall’Italia… poi dalle sue tasche emergono le puntine per la pompa della benzina preparate dal Reparto Logistico di Roma (Max e Gigione, GRANDI!).
Aadesso siamo più tranquilli, non tanto per l’arrivo di Elheme quanto per le puntine. Poi perquisendo Elheme troviamo anche i 450 Euro restituitici dall’agenzia. Siamo moderatamente felici.
Ormai è tardi, prendiamo alloggio a Lara e scortati da un auto della polizia (!) facciamo, alle 22,00 circa, il nostro trionfante ingresso nella città di Antalya. Qui Elheme scalda i muscoli cominciando ad abbaiare in franco-arabo-inglese all’indirizzo di un turco che ci vuole estorcere 20 dollari per, dice lui, averci controllato le moto durante il nostro giro nella città vecchia;
Elheme morde, quello si spaventa e chiama un compare, Elheme azzanna pure quello. Sto quasi per chiedere 20 dollari a loro per rimettere la museruola ad Elheme.

Seguendo tranquilli le molliche lasciate dal Gps dell’Ermetico, torniamo all’albergo come 6 pollicini.

26 agosto 2006: Lara – Adana 600 km.

Tappa durissima: 600 km di costiera amalfitana trasportata dritta dritta in turchia. 11 ore di moto. Panorami mozzafiato e spiagge bellissime.
Un Turco che guida un camion come una macchina da rally, sgommate e gomme posteriori interne in curva sollevate. E’ un potenziale assassino ma quando lo sorpassiamo (solo perché si è fermato) mi sorprendo a fargli un colpo di clacson e a salutarlo con il pollice alzato.
Ci ha fatto passare in allegria e meraviglia un centinaio di km.

27 agosto 2006: Adana – Aleppo

Sono le 5? Le 6? Non lo so, il sole sorge da dietro la moschea, tra due alti minareti. Come sempre ho dormito a sasso.
Ma stamattina c’è euforia mentre facciamo tutti insieme colazione con biscotti e succo in stanza mia e di Daniela.
Oggi passiamo il confine. Oggi entriamo in Siria. Inshallah.
Ieri abbiamo deciso di entrare da Kilis, più lontana rispetto a Bab Al Hawa ma, dicono, meno turistica.
Imbocchiamo l’autostrada deserta. I 120 km/h si lasciano presto alle spalle Osmanije e Gaziantep.
Manca poco al confine siriano quando improvvisamente sbuca una motoretta con due esaltati sopra. Sarà un 125cc, di quelli vecchi, marmitte basse, zero carena e qualche nappa qua e là; sopra Valentino Rossi con dietro abbracciato Loris Capirossi.
Niente casco, niente occhiali, niente cervello. Si divertono a superarci a velocità folle, si abbassano sul serbatoio poi aprono le braccia, frenano poi si fanno superare, poi ripartono a razzo.
Quando mi affiancano ridono e i loro denti sono all’altezza delle mie manopole… ed io sono l’unico possessore di Africa Twin modello custom. Pensa Luigi e Adriano: ci potrebbero passare sopra.
Qualche km. di giostra e poi finalmente svoltano e tornano indietro.

A 25 km. dal confine ci fermiamo per nascondere o quantomeno rendere meno visibili cellulari, macchine fotografiche e i preziosi Gps.
Varie fonti danno i Siriani poco propensi all’uso dei Gps sul loro territorio e possibili tasse sul materiale elettronico.
C’ho la Canon vicino al rotolo della carta igienica… che faccio ce la avvolgo? Arriviamo e dobbiamo fare una gimcana tra un centinaio di camion ammassati senza ordine come in un imbuto.
Superiamo tutti. Di là si vedono i Siriani e le loro bandiere. Timbri turchi, controllo passaporti, libretti moto e aria di commiserazione perché andiamo di là. Lo stesso atteggiamento dei Greci quando entri in Turchia. Vorrei fare il giro del mondo per arrivare dagli ultimi disprezzati e magari ricominciare da capo.
Un “ciao” alla sentinella turca che ha una sorella a Bologna e poi la terra di nessuno.
Frontiera siriana. Siamo emozionati e intimoriti.
Invece ci aspettano due ore e mezza di rilassatezza mediorientale: moduli compilati in arabo, scrivono da destra a sinistra,
“Come si chiama vostro padre? E vostra madre? E di che colore è la moto? Che marca?”
Scrivono, scrivono, timbri su timbri. Tranquilli, paciosi, cordiali.
Passiamo nell’ “ufficio” per fare l’assicurazione temporanea siriana; l’ “impiegato” c’ha la branda dietro il bancone.
Cambiamo in “BANCA” qualche centinaio di euro. Ricontrollano i nostri passaporti e i documenti delle moto, pretendiamo che i funzionari doganali diano almeno uno sguardo ai passaporti delle ragazze, fanno cenno che non serve, insistiamo. Per gentilezza li aprono e guardano le foto e sorridono educati. Loro non le vogliono nemmeno vedere. Non serve.
Luigi dice che forse se avessimo portato delle pecore avremmo avuto dei controlli.
Ultimo timbro. Sigari elargiti generosamente e sapientemente dall’Ermetico e……“Welcome to Syria”.
80 km di un fiato e cadiamo dentro Aleppo.
Annaspiamo, ci aggrappiamo ad un marciapiede, l’onda colorata e strombazzante ci ghermisce nuovamente, rischiamo di annegare tra i clacson assordanti. Ci areniamo ansimanti in un albergo del centro.
Il tempo di guardarci attorno, lasciare le moto nel garage di un vecchio e simpatico Siriano: le moto sono sicure? Mano sul cuore e sguardo dritto negli occhi. Stesso gesto dei siciliani. Gli lascerei pure le chiavi e ci rituffiamo da pedoni in Aleppo – Halab, adesso sembriamo la squadra di nuoto sincronizzato.
Galleggiamo a meraviglia e ci abbandoniamo a virtuosismi da toreri tra i taxi che cercano di incornarci.
Primi assaggi di una città che sembra uscita da “blade runner” però sotto carnevale. Fantastica. Odori e profumi intensi, colori vividi e vicoli grigi e neri. Gente indaffarata ma cordiale e sorridente.
Cerco insistentemente lo Stato canaglia e non lo trovo.
Saliamo sulla giostra continua di “Uèllcom àllo àllo Uerariucamingfrom” e rimaniamo estasiati.
Dove si mettono i soldi per continuare? Era un pezzo che non mi sentivo così bene e a mio agio…..Cacchio
Mi accorgo solo adesso che non ho più il fastidio al colon che avevo dalla partenza da Roma. Miracolo.

28 agosto 2006: Aleppo

Ci facciamo inghiottire dal souk più bello che abbia mai visto e riemergeremo a sera.
Le ragazze sono a loro agio tra stoffe e spezie. Mi giro e vedo Daniela che parla in siriano!
Mi domando le altre attinenze con il siciliano oltre al prefisso “si”.
Adriano e Luigi sfidano i batteri siriani in singolar tenzone. Arbitro il Kebbabaro della Morte.
Dovevo anch’io essere della partita, ma al secondo passaggio esplorativo vedo balenare lo straccio da pavimenti sugli spiedini, poi sul piano di lavoro e poi nuovamente sui gradini. Sono un vigliacco e rinuncio.
Adriano e Luigi con sguardo di sfida addentano due kebab da codice penale. Mi sento una schifezza per averli lasciati soli in questo momento di ardimento e sprezzo del pericolo. Spero intimamente che si sentano male.
Nel pomeriggio veniamo “rimorchiati” da uno strano personaggio, Baas, parla bene inglese, capisce subito che le fedi al dito delle ragazze sono solo un paravento; è molto furbo, un po’ invadente, dicono sia un procacciatore di affari per alcuni commercianti del souk… poi chiede al Morobiscia cosa ne pensa di hezbollah… Il Moro, furbo come una faina, non si sbilancia, rimane sul vago e non svela la sua vera identità.
Per me questo Baas è uno della polizia segreta.

29 agosto 2006: Aleppo – Damasco

Prendiamo l’”AUTOSTRADA” per Damasco. Corriere, camion e pulmini stracarichi, automobili che per vederti da vicino e salutarti rischiano di buttarti fuori, strombazzamenti e saluti poi davanti a Luigi un pullman che procede sulla corsia di destra; improvvisamente luci bianche spuntano dalla corsia di sorpasso.
Dovrebbero essere rosse. Forse ha i fanalini rotti.
Il cuore in gola, tocco velocemente la gamba a Daniela per farle togliere i piedi dalle mie pedane, tutti i nervi e i muscoli pronti a scalare, frenare, cercare una via per evitare il frontale.
Vedo Luigi e Adriano davanti ed intuisco le mie stesse mosse velocizzate esponenzialmente.
Il Tir sorpassa il pullman contromano e rientra sempre contromano sulla corsia di destra lasciando fortunatamente libera la corsia di sinistra.
Non so cosa passa per la testa di questo pazzo, ma immagino i pensieri e le paure di tutti i componenti la Compagnia dell’Anello.
Visitiamo Serilla e la zona delle città morte.
Solitudine, solita gentilezza siriana e bambini che pascolano le capre in mezzo ad un sito archeologico.
Ancora Sud. Ci aspetta il famoso monastero di Mar Musa. Poi riprendiamo la strada verso la capitale siriana.
La piantina di Damasco funziona e arriviamo come delle spade nel cuore di Damasco. Mi guardo con gli altri e nelle loro facce logore e barbute leggo soddisfazione e incredulità.
Le ragazze tornano con dei succhi di frutta. Sembrano tre rose del deserto, profumate e, cosa sorprendente, perfettamente sbarbate.
Capisco che stiamo perdendo la gara di resistenza. Siamo al giro di boa e sembrano partite ieri. Fantastiche.

Parcheggiamo le moto in un piazzale sorvegliato. Ci dicono “Tranquilli, tutto a posto, tutto sicuro!”.
Ci richiamano dicendo di incatenare le moto tutte e tre insieme con tutto quello che abbiamo. Lo facciamo che sembrano il tre di bastoni. Sono incavolato nero come le mani.

Finalmente l’Ermetico si toglie il costume da Darth Fener, accantona la spada e si affida ad un’arma meno nobile ma più morbida… carta igienica.
Il Kebbabaro della morte ha colpito il più intrepido.
Ci congeda dal suo luogo di sofferenza con la sola Emanuela che rimarrà a vegliarlo nella “lenta” notte di Damasco.
Lo piangiamo per un attimo poi in quattro ci avventuriamo circospetti tra i temibili vicoli della capitale dello Stato canaglia.
Ci aggrediscono subito con letali sventagliate di “Hallo! Hallo!”
Ci gettiamo a terra e rispondiamo al fuoco con i nostri “Hallo! Hallo!” a ripetizione.
Fuoco incrociato micidiale, ci colpiscono ma ce ne portiamo appresso a decine. Chiedo della morfina e sto per svenire con l’immagine di Bush che mi appunta una medaglia al valore sul petto… mi risveglio in mezzo ad un matrimonio armeno, il tempo di ricaricare e di nuovo nella mischia schivando sorrisi, strette di mano, offerte di chai e tirate di narghilè.
Alcune volte dobbiamo però confonderci con il nemico.
Alle 2,30 della notte riguadagniamo a fatica le nostre trincee.
Guardo Adriano: sembra morto. Poi farnetica di: “leggera febbretta…voi come state…mannaggia il kebbabaro della morte sua…”, molla un peto sottolineando così la sua lenta ma inesorabile ripresa. Che uomo.

30 agosto 2006: Damasco

Giornata dedicata a Damasco. Incontriamo due archeologi: lei Siriana e lui, Mimmo, Italiano di Milano (la precisazione sulla provenienza è d’obbligo per immaginare quando, saputa la nostra intenzione di visitare Palmyra il giorno dopo, esploderà in un:
“A PAAALMYRA IL 31 AGOOOSTO?!?!? MA SIETE PAAAZZI?!?! CI SARANNO 50 GRADI!!!!!!!”. (per ulteriori imitazioni, contattare Moroboschi).
Siamo terrorizzati ma proseguiamo nella visita al souk: interessante ma niente al confronto di quello di Aleppo.
Clamorosamente Moroboschi viene scambiato per un commerciante da una signora siriana che gli chiede i prezzi di alcune merci; Moroboschi tenta inutilmente di venderle una maglietta indossata dall’Ermetico.
Colpisce la mescolanza di stili nel vestiario femminile: sciite, sunnite, armene, greco ortodosse, druse e poi Daniele, Emanuele ed Elheme con le loro camicette colorate.
Ragazze siriane di religione cristiana sfoggiano jeans, magliette attillate e crocifissi al collo.
Dov’è l’intolleranza islamica? Sono venuto per respirare questo, io!!!! Sono profondamente deluso dall’armonia e la pacifica convivenza dei vari credi.

Entriamo nella moschea degli Omayaddi dove finalmente spero di trovare un po’ di sano oscurantismo.
Bene! Danno dei sai grigi alle ragazze. Finalmente! Togliersi le scarpe.
Si può fotografare dentro la moschea?
Si?????? Come Sì?!?

E la più grande moschea di Damasco si offre a noi con bambini che ci giocano a nascondino rincorrendosi sui tappeti, donne che “ciacolano” sedute in cerchio, qualcuno approfitta della frescura e sonnecchia, altri pregano.
Dove siamo capitati?
Hanno ragione quelli che dicono che sono tutti intolleranti e intransigenti! Infatti un guardiano armato di un minacciosissimo bastone lungo almeno venti cm. indica ad Emanuela di scostarsi da Adriano. Sono troppo vicini.
Miiiiiiii che paura mi fa.
Non il guardiano, ma Adriano, che è zozzo e irsuto come un maiale nelle pozzanghere.
I bambini giocano con Daniela e Luigi e le mamme ci guardano sorridenti. Questo posto vale più di un milione di editoriali, telegiornali e libri sul pericolo medio orientale.
Non ci capisco più niente. Usciamo, ciondoliamo lungo le mura esterne, ci sediamo sul fresco marmo, scriviamo cartoline, ci appisoliamo in attesa che Adriano torni dal bagno.
Proseguiamo per il quartiere cristiano con bei negozietti, crocifissi e immagini di santi in tutte le vetrine. La sera torniamo dallo stesso “girarrosto” e non vediamo l’ora di pagare il conto per cimentarci nella solita manfrina del “gioco al ribasso”.
Ad un euro e cinquanta a testa ci riteniamo, sfiniti, soddisfatti. Elheme in queste situazioni è un cagnaccio da tenere al guinzaglio. Abbaia prezzi e porzioni in arabo da rimanere a bocca aperta. La temono e si vede.

31 agosto 2006: Damasco – Palmyra

Ci svegliamo alle 5 con nelle orecchie il primo canto dei muezzin e le terribili profezie di Mimmo.
Scendiamo a caricare le moto e fa freschetto… Eh, ma sicuramente, appena sorgerà il sole la musica cambierà… infatti il sole sorge e noi, diretti verso Palmyra attraverso il famigerato deserto siriano, indossiamo felpe e pile.
Non fa freschetto. Fa freddino. Moroboschi, anche a causa del kebbabaro della morte che comincia a rivendicare la sua seconda vittima, sembra in partenza per l’elefantentreffen… pile, giacca, antipioggia, sottocasco… non si sente troppo bene ma con estrema dignità si reca per ben due volte in un chiosco dove tra qualche tempo troveranno finalmente le armi di distruzione di massa abilmente mimetizzate in un cesso.

Stringe il…… i denti e ripartiamo.
Come annunciato, alla fine di una curva, dopo 250 km di pietre e sabbia, ecco improvvisamente aprirsi davanti a noi l’oasi di Palmyra.
E’ come essere investiti dalla Storia.
Non sai da che parte guardare… oasi, sabbia, colonne, tombe gigantesche, il castello, palme, ancora colonnati e archi e ancora sabbia… mi guardo intorno e vedo altri 5 sporchienduristi. Sono veramente felice.

Cerchiamo subito alloggio. Con un colpo di teatro, suggellato da una stretta di mano, paghiamo più di quanto proposto da Mohammed, il simpatico, ospitale gestore dell’hotel prescelto, alla fine della più snervante ma commovente contrattazione di tutto il viaggio e Mohammed, anche lui sfinito dal lunghissimo incontro di lotta siriano-romana, ci guarderà nelle ore successive con una sorta di timore reverenziale misto a sospetto.
Aspettiamo il tramonto per salire al castello della regina Zenobia ed ammirare Palmyra dall’alto.
Mohammed ci indica, timoroso, un ristorante dove mangiamo benissimo e spendiamo, ormai abilissimi, poco. Poi a letto presto perché il mattino successivo abbiamo un appuntamento con Palmyra all’alba che non possiamo assolutamente mancare.

01 Ssettembre 2006: Palmyra – Aleppo

A metà mattinata, finito di scattare giusto quelle tre o quattrocento foto, puntiamo verso nord.
Che c’è a nord?
C’è l’Eufrate.
Ma prima?
Boh, dicono che la strada è buona, giusto l’ultimo tratto è un po’ impegnativo…

I primi 50 km. sono devastati. Temo per i bauletti e tutti gli accrocchi che abbiamo montati sulle Africa.
Finalmente Moroboschi può, a ragione, dimostrare che andare fuori strada è meglio che proseguire su quello che, fooooorse al tempo dei romani, era asfalto.
Fermiamo un pick-up per chiedere informazioni che otteniamo solo in cambio di un pesantissimo dazio: caramelle e matite colorate. Ti credo!!!! Il conducente avrà sì e no 12 anni.
Cerco con lo sguardo dentro l’abitacolo e nel cassone l’ombra di un adulto… niente, trovo solo altri due bambini. In tre non fanno una patente ma l’indicazione è giusta. Allah Akbar.

Poi mentre procediamo, ci piomba addosso da dietro un arzillo vecchietto (forse il nonno dei tre bambini) che vuole saggiare il rapporto di compressione del suo catenaccio. Ci inseg…..lo inseguiamo per diversi km. poi stanco di aspettarci, si ferma e comincia a conversare con Moroboschi tanto che penso sia un suo paesano capitato lì per caso.
In che lingua o idioma si esprima il Moroboschi, è tuttora un mistero, però lo capiscono.
Poi il nonno, dopo averci invitati a pranzo (al quale dobbiamo a malincuore rinunciare per rispettare la teutonica tabella di marcia), riparte “sgommando” umiliandoci in una nube di polvere giallastra.
Passiamo letteralmente in mezzo a mandrie di dromedari, attraversiamo dei villaggi usciti dal neolitico. Sulla cartina è indicato un distributore di benzina… ci arriviamo scortati da una torma di bambini.
Sembra il rifornimento della Dakar, nessun distributore, solo bidoni, taniche, vasi, bottiglie e barattoli pieni di un liquido che dovrebbe essere carburante. Riesco faticosamente a far riemergere dalla trance agonistica nella quale sono precipitati l’Ermetico e Moroboschi e li convinco a rinunciare al rifornimento “volante”.
I carburatori ringraziano sentitamente.

Avvistiamo le pianure fertili dell’Eufrate che decidiamo di attraversare sulla diga del lago Assad.
Elegantissimi militi in mimetica, Kalashnikov Ak 47 e kefiah rossa e bianca ci controllano i passaporti e poi ci permettono di passare ordinandoci di non fermarci sulla diga.
Ovviamente ci fermiamo per scattare delle foto ma un altro milite ci viene incontro e ci fa il segno internazionale di “smammare”; stavolta ubbidiamo giudiziosi.

Lo spettacolo è veramente impressionante: da una parte della diga l’Eufrate è poco più di un tranquillo fiumiciattolo mentre dall’altra è un “mare” di un azzurro profondo del quale a mala pena si distinguono le sponde opposte.
Ci rifocilliamo sotto le mura del castello Qala’at Ja’abar poi approfittando del caldo ci rimettiamo in marcia per Aleppo.
Ci sembra quasi, entrando per la seconda volta ad Aleppo, di tornare a casa. Ci troviamo a meraviglia nel traffico caotico di fine pomeriggio. Guidiamo allegri e strombazzanti salutando i nostri concittadini.
Torniamo nello stesso albergo ma è completo.
Ripieghiamo su un albergo vicino e posati i bagagli e fatta una spesa da cenone di natale, ci apprestiamo a banchettare sul terrazzo dell’albergo, ignobilmente sbracati sui divanetti mentre un sole rosso fuoco cala tra i tetti di Aleppo accendendola di mille struggenti colori (scusate ma m’è scappata…).
Ce ne freghiamo altamente dell’aviaria e massacriamo sul posto setto o otto incolpevoli polli.
Mi addormento sul divano della terrazza mano nella mano con Moroboschi.

02 settembre 2006: Aleppo – Nidge

E’ l’alba ad Aleppo. Litighiamo ferocemente sulla scelta della frontiera di uscita. Nonostante i saggi e premonitori consigli degli altri 4, Luigi ed io vogliamo assaggiare a tutti i costi Bab al Hawa per vedere se quello che scrivono su questo posto sia vero.
Non è solo vero, è molto peggio.
Dopo una lotta selvaggia riemergiamo boccheggianti in Turchia.

Qui le timide avvisaglie, gli sguardi d’intesa, le mezze parole che si scambiavano Emanuela, Daniela ed Lm esplodono.
L’ammutinamento è in corso. L’Ermetica-Emanuela-Christian Fletcher, con un colpo di mano prende il comando delle operazioni e obbliga le tre caravelle ad una variazione di rotta su Nord-NordEst.
Guardiamo sconvolti la cartina….CAPPADOCIA!
Altri 500, imprevisti, km ci attendono.
Procediamo secondo i nuovi, perentori, ordini: lasciamo i 37 gradi di Iskenderun e cominciamo ad arrampicarci sui monti del Tarsus.
La temperatura comincia a scendere precipitosamente. Siamo costretti ad indossare pile e antipioggia per proteggerci dal freddo. Avvistiamo Nidge dalla coffa della Canaroracing.
Emanuela-Fletcher dice che può bastare.
Ammainiamo il fiocco e sbarchiamo. Entriamo in una pensione. Stanzoni sporchi e polverosi con letti a castello. Pungente odore d’urina, prezzo, per il posto, esorbitante.
Usciamo in strada e ci consultiamo sul da farsi mentre Emanuela-Fletcher minaccia decimazioni, ceppi e giri di chiglia per i recalcitranti. Fortunatamente appare in nostro soccorso un turco che in sella alla sua vecchia Yamaha si offre di portarci in un altro albergo.
Ci fermiamo di fronte ad un edificio con piante, vetrate, tappeti pulitissimi, reception impeccabile; diciamo subito al turco che sarà sicuramente fuori dalla nostra portata ma lui ci dice di aspettare.
Riesce poco dopo trionfante.
Ha spuntato veramente un ottimo prezzo, ci facciamo quindi coraggio, circondiamo lo spaventatissimo impiegato dell’albergo, lo minacciamo, L’Ermetico per sottolineare che non scherziamo affatto sbatte il casco sul cofano di una berlina parcheggiata proprio lì davanti.
Quello vistosi ormai perso e sotto l’ulteriore insostenibile minaccia di trovarsi il suo rispettabilissimo albergo pubblicizzato sul sito “Sporcoendurista”, si piega e ci fa un ulteriore sconto del 50% sul prezzo pattuito con il nostro amico turco.
Rabbonitici, scattiamo la foto di rito e sciamiamo chiassosi nello splendido albergo. Forza! Doccia veloce che il nostro amico turco ci viene a prendere alle 20 per portarci a casa sua per farci conoscere la sua famiglia!!!

Eccolo puntuale. A piedi arriviamo a casa sua. Ci togliamo le scarpe, ci presenta sua moglie, poi arrivano i suoi amici.
Facciamo notte parlando di tutto: politica, storia, religione (ha la bibbia e il corano sul tavolo), musica.
Ci offrono tè, cola, una torta, patatine… siamo con la guardia colpevolmente abbassata quando questo subdolo e pericoloso musulmano fa scoppiare in lacrime Daniela e commuovere un po’ tutti quanti regalando un porta-sigarette all’Ermetico mentre la moglie, per non essere da meno, regala tre paia di calzini alle ragazze.
Sto per togliermi la maglietta per ricambiare la sua generosità ma mi ferma con un gesto e parole bellissime. E’ ormai notte fonda quando dalla strada ci giriamo a salutarli.

3 Settembre 2006: Nidge – Konia

6 a.m.. Suona la sveglia. Come cavallette ci gettiamo sul buffet della colazione. Servirà a poco, c’abbiamo una fame atavica. L’uomo della reception si nasconde dietro il bancone.
Usciamo in strada. 12° centigradi.

Sempre sotto lo sguardo imperturbabile di Emanuela-Fletcher cominciamo a vogare con lena, direzione Urgup.
Gironzoliamo per qualche ora tra i “Camini delle Fate” e le altre fantastiche creazioni della natura.
Partecipiamo ad una sagra dell’uva poi, soddisfatti e con Emanuela che rientra nei suoi panni ermetici, rimettiamo la prua verso Ovest puntando la bussola verso Konya.
Ho letto che Konya è la città turca più ortodossa, quindi mi preparo ad una città un po’ grigia e tetra.
Entriamo in città… sembra Zurigo.
Fontane, giardini, ordine e pulizia ovunque. Dopo aver trovato da dormire procediamo nella ricerca della seconda cosa più importante: cibo.
Gli Ermetici stanno quasi per svenire quando ci sediamo a tavola. Il nostro cameriere è iraniano, siamo in una città religiosissima e l’Ermetico decide di farsi benvolere chiedendo una birra. Cala il silenzio in sala.
Il cameriere si ritrae ed assume un atteggiamento da guardiano della rivoluzione islamica.
L’Ermetico tenta un miserabile salvataggio in calcio d’angolo farfugliando: “no alcol…”.
Quello capisce solo “alcol” e s’irrigidisce ancor di più… Rischiamo un incidente diplomatico finché l’Ermetico pronuncia la attesa parola distensiva: “Fanta!”.
Entrano tra gli applausi i caschi blu dell’Onu travestiti da lattine di aranciata.

04 settembre 2006: Konya – Salihli

Lasciamo Konya. Ad Afyon ci lasciamo catturare dall’idea di salire fino alla Fortezza Nera dell’Oppio che domina, da un altissimo e inquietante sperone di roccia, la città di Afyon, accreditata come la produttrice di un terzo di tutto l’oppio legale prodotto nel mondo.
L’orario per affrontare i 525 gradini che portano in cima alla fortezza è il più indicato per questo genere di imprese: è l’una di un pomeriggio che definire afoso sarebbe offensivo.
Lasciamo le moto e ci lanciamo come palle di cannone su per le scale.
Al sedicesimo gradino abbiamo già esaurito le nostre scorte d’acqua e arranchiamo penosamente. Arriviamo in cima ma di papaveri nemmeno l’ombra. Riscendiamo baldanzosi in favore di gravità.
Ripartiamo da Afyon e maciniamo km e km. Strade dritte come strisce di liquirizia in mezzo alle pianure anatoliche. Luigi mi dice, svegliandomi dal torpore, che abbiamo percorso 56 km di strada senza nemmeno una curva. Il sole ci tramonta davanti e quindi, come impostoci dall’inizio di questo viaggio, cerchiamo un alloggio prima che il buio ci colga ancora per strada. La stanchezza, la nostra presunzione, la sfortuna fanno sì che ci ritroviamo ad alloggiare in uno squallidissimo alb….no, pension…. no, ….bettol…. nemmeno… Vabbè, in un posto merdosissimo con un ancor più schifoso proprietario ed un fetido inserviente (subito ribattezzato “monsone” per via della scia di puzza che semina), al prezzo di uno Sheraton.

05/08 Settembre 2006: Salihli – Altinkum

La mattina riprendiamo i passaporti e paghiamo dando vita ad una scena surreale: lo schifoso non ci vuole restituire i passaporti prima del pagamento e io non gli voglio dare i soldi senza prima aver avuto indietro i passaporti. Moroboschi freme. Facciamo il passaggio contestualmente: una mano afferra e l’altra lascia.
Manco il riscatto di Paul Getty Jr.. A transazione effettuata, Lm gli snocciola una sequenza di insulti e apprezzamenti sull’albergo da far impallidire uno scaricatore di porto bretone.
Risaliamo per prendere gli ultimi bagagli e Moroboschi, recuperato il suo proverbiale aplomb e la sua riconosciuta eleganza, ricopre lo specchio del cesso di caccoloni grossi come coccodrilli e finisce di soffiarsi il naso sugli asciugamani prima di calpestarli.
Cerco invano, in quanto a dimensioni del prodotto interno lordo, di imitarlo. Soddisfatto mi fa cenno che possiamo andare.
In quel preciso istante mi accorgo di amare profondamente quest’uomo. Le ragazze, ancor più astutamente, hanno disseminato la camera di pezzi di formaggio rancido. Così, in parte alleggeriti dal fardello, ci rimettiamo gioiosamente e parzialmente vendicati in marcia.

Avvistiamo Izmir. La città è avvolta in una cappa di smog visibile a km di distanza. Indossiamo le nostre maschere da sub, che si rivelano clamorosamente inefficaci e passiamo in apnea.
Dirigiamo lungo la costa, cercando un posticino tranquillo dove attendere in completo relax gli ultimi tre giorni che ci separano dalla Captain Zaman che ci riporterà in Italia.

08 settembre 2006: Captain Zaman

09 settembre 2006: Bernalda

10 Settembre 2006: Roma

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