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28 agosto 2006: Aleppo

Ci facciamo inghiottire dal souk più bello che abbia mai visto e riemergeremo a sera.
Le ragazze sono a loro agio tra stoffe e spezie. Mi giro e vedo Daniela che parla in siriano!
Mi domando le altre attinenze con il siciliano oltre al prefisso “si”.
Adriano e Luigi sfidano i batteri siriani in singolar tenzone. Arbitro il Kebbabaro della Morte.
Dovevo anch’io essere della partita, ma al secondo passaggio esplorativo vedo balenare lo straccio da pavimenti sugli spiedini, poi sul piano di lavoro e poi nuovamente sui gradini. Sono un vigliacco e rinuncio.
Adriano e Luigi con sguardo di sfida addentano due kebab da codice penale. Mi sento una schifezza per averli lasciati soli in questo momento di ardimento e sprezzo del pericolo. Spero intimamente che si sentano male.
Nel pomeriggio veniamo “rimorchiati” da uno strano personaggio, Baas, parla bene inglese, capisce subito che le fedi al dito delle ragazze sono solo un paravento; è molto furbo, un po’ invadente, dicono sia un procacciatore di affari per alcuni commercianti del souk… poi chiede al Morobiscia cosa ne pensa di hezbollah… Il Moro, furbo come una faina, non si sbilancia, rimane sul vago e non svela la sua vera identità.
Per me questo Baas è uno della polizia segreta.

 

29 agosto 2006: Aleppo – Damasco

Prendiamo l’”AUTOSTRADA” per Damasco. Corriere, camion e pulmini stracarichi, automobili che per vederti da vicino e salutarti rischiano di buttarti fuori, strombazzamenti e saluti poi davanti a Luigi un pullman che procede sulla corsia di destra; improvvisamente luci bianche spuntano dalla corsia di sorpasso.
Dovrebbero essere rosse. Forse ha i fanalini rotti.
Il cuore in gola, tocco velocemente la gamba a Daniela per farle togliere i piedi dalle mie pedane, tutti i nervi e i muscoli pronti a scalare, frenare, cercare una via per evitare il frontale.
Vedo Luigi e Adriano davanti ed intuisco le mie stesse mosse velocizzate esponenzialmente.
Il Tir sorpassa il pullman contromano e rientra sempre contromano sulla corsia di destra lasciando fortunatamente libera la corsia di sinistra.
Non so cosa passa per la testa di questo pazzo, ma immagino i pensieri e le paure di tutti i componenti la Compagnia dell’Anello.
Visitiamo Serilla e la zona delle città morte.
Solitudine, solita gentilezza siriana e bambini che pascolano le capre in mezzo ad un sito archeologico.
Ancora Sud. Ci aspetta il famoso monastero di Mar Musa. Poi riprendiamo la strada verso la capitale siriana.
La piantina di Damasco funziona e arriviamo come delle spade nel cuore di Damasco. Mi guardo con gli altri e nelle loro facce logore e barbute leggo soddisfazione e incredulità.
Le ragazze tornano con dei succhi di frutta. Sembrano tre rose del deserto, profumate e, cosa sorprendente, perfettamente sbarbate.
Capisco che stiamo perdendo la gara di resistenza. Siamo al giro di boa e sembrano partite ieri. Fantastiche.

Parcheggiamo le moto in un piazzale sorvegliato. Ci dicono “Tranquilli, tutto a posto, tutto sicuro!”.
Ci richiamano dicendo di incatenare le moto tutte e tre insieme con tutto quello che abbiamo. Lo facciamo che sembrano il tre di bastoni. Sono incavolato nero come le mani.

Finalmente l’Ermetico si toglie il costume da Darth Fener, accantona la spada e si affida ad un’arma meno nobile ma più morbida… carta igienica.
Il Kebbabaro della morte ha colpito il più intrepido.
Ci congeda dal suo luogo di sofferenza con la sola Emanuela che rimarrà a vegliarlo nella “lenta” notte di Damasco.
Lo piangiamo per un attimo poi in quattro ci avventuriamo circospetti tra i temibili vicoli della capitale dello Stato canaglia.
Ci aggrediscono subito con letali sventagliate di “Hallo! Hallo!”
Ci gettiamo a terra e rispondiamo al fuoco con i nostri “Hallo! Hallo!” a ripetizione.
Fuoco incrociato micidiale, ci colpiscono ma ce ne portiamo appresso a decine. Chiedo della morfina e sto per svenire con l’immagine di Bush che mi appunta una medaglia al valore sul petto… mi risveglio in mezzo ad un matrimonio armeno, il tempo di ricaricare e di nuovo nella mischia schivando sorrisi, strette di mano, offerte di chai e tirate di narghilè.
Alcune volte dobbiamo però confonderci con il nemico.
Alle 2,30 della notte riguadagniamo a fatica le nostre trincee.
Guardo Adriano: sembra morto. Poi farnetica di: “leggera febbretta…voi come state…mannaggia il kebbabaro della morte sua…”, molla un peto sottolineando così la sua lenta ma inesorabile ripresa. Che uomo.

30 agosto 2006: Damasco

Giornata dedicata a Damasco. Incontriamo due archeologi: lei Siriana e lui, Mimmo, Italiano di Milano (la precisazione sulla provenienza è d’obbligo per immaginare quando, saputa la nostra intenzione di visitare Palmyra il giorno dopo, esploderà in un:
“A PAAALMYRA IL 31 AGOOOSTO?!?!? MA SIETE PAAAZZI?!?! CI SARANNO 50 GRADI!!!!!!!”. (per ulteriori imitazioni, contattare Moroboschi).
Siamo terrorizzati ma proseguiamo nella visita al souk: interessante ma niente al confronto di quello di Aleppo.
Clamorosamente Moroboschi viene scambiato per un commerciante da una signora siriana che gli chiede i prezzi di alcune merci; Moroboschi tenta inutilmente di venderle una maglietta indossata dall’Ermetico.
Colpisce la mescolanza di stili nel vestiario femminile: sciite, sunnite, armene, greco ortodosse, druse e poi Daniele, Emanuele ed Elheme con le loro camicette colorate.
Ragazze siriane di religione cristiana sfoggiano jeans, magliette attillate e crocifissi al collo.
Dov’è l’intolleranza islamica? Sono venuto per respirare questo, io!!!! Sono profondamente deluso dall’armonia e la pacifica convivenza dei vari credi.

Entriamo nella moschea degli Omayaddi dove finalmente spero di trovare un po’ di sano oscurantismo.
Bene! Danno dei sai grigi alle ragazze. Finalmente! Togliersi le scarpe.
Si può fotografare dentro la moschea?
Si?????? Come Sì?!?

E la più grande moschea di Damasco si offre a noi con bambini che ci giocano a nascondino rincorrendosi sui tappeti, donne che “ciacolano” sedute in cerchio, qualcuno approfitta della frescura e sonnecchia, altri pregano.
Dove siamo capitati?
Hanno ragione quelli che dicono che sono tutti intolleranti e intransigenti! Infatti un guardiano armato di un minacciosissimo bastone lungo almeno venti cm. indica ad Emanuela di scostarsi da Adriano. Sono troppo vicini.
Miiiiiiii che paura mi fa.
Non il guardiano, ma Adriano, che è zozzo e irsuto come un maiale nelle pozzanghere.
I bambini giocano con Daniela e Luigi e le mamme ci guardano sorridenti. Questo posto vale più di un milione di editoriali, telegiornali e libri sul pericolo medio orientale.
Non ci capisco più niente. Usciamo, ciondoliamo lungo le mura esterne, ci sediamo sul fresco marmo, scriviamo cartoline, ci appisoliamo in attesa che Adriano torni dal bagno.
Proseguiamo per il quartiere cristiano con bei negozietti, crocifissi e immagini di santi in tutte le vetrine. La sera torniamo dallo stesso “girarrosto” e non vediamo l’ora di pagare il conto per cimentarci nella solita manfrina del “gioco al ribasso”.
Ad un euro e cinquanta a testa ci riteniamo, sfiniti, soddisfatti. Elheme in queste situazioni è un cagnaccio da tenere al guinzaglio. Abbaia prezzi e porzioni in arabo da rimanere a bocca aperta. La temono e si vede.

31 agosto 2006: Damasco – Palmyra

Ci svegliamo alle 5 con nelle orecchie il primo canto dei muezzin e le terribili profezie di Mimmo.
Scendiamo a caricare le moto e fa freschetto… Eh, ma sicuramente, appena sorgerà il sole la musica cambierà… infatti il sole sorge e noi, diretti verso Palmyra attraverso il famigerato deserto siriano, indossiamo felpe e pile.
Non fa freschetto. Fa freddino. Moroboschi, anche a causa del kebbabaro della morte che comincia a rivendicare la sua seconda vittima, sembra in partenza per l’elefantentreffen… pile, giacca, antipioggia, sottocasco… non si sente troppo bene ma con estrema dignità si reca per ben due volte in un chiosco dove tra qualche tempo troveranno finalmente le armi di distruzione di massa abilmente mimetizzate in un cesso.

Stringe il…… i denti e ripartiamo.
Come annunciato, alla fine di una curva, dopo 250 km di pietre e sabbia, ecco improvvisamente aprirsi davanti a noi l’oasi di Palmyra.
E’ come essere investiti dalla Storia.
Non sai da che parte guardare… oasi, sabbia, colonne, tombe gigantesche, il castello, palme, ancora colonnati e archi e ancora sabbia… mi guardo intorno e vedo altri 5 sporchienduristi. Sono veramente felice.

Cerchiamo subito alloggio. Con un colpo di teatro, suggellato da una stretta di mano, paghiamo più di quanto proposto da Mohammed, il simpatico, ospitale gestore dell’hotel prescelto, alla fine della più snervante ma commovente contrattazione di tutto il viaggio e Mohammed, anche lui sfinito dal lunghissimo incontro di lotta siriano-romana, ci guarderà nelle ore successive con una sorta di timore reverenziale misto a sospetto.
Aspettiamo il tramonto per salire al castello della regina Zenobia ed ammirare Palmyra dall’alto.
Mohammed ci indica, timoroso, un ristorante dove mangiamo benissimo e spendiamo, ormai abilissimi, poco. Poi a letto presto perché il mattino successivo abbiamo un appuntamento con Palmyra all’alba che non possiamo assolutamente mancare.

01 Ssettembre 2006: Palmyra – Aleppo

A metà mattinata, finito di scattare giusto quelle tre o quattrocento foto, puntiamo verso nord.
Che c’è a nord?
C’è l’Eufrate.
Ma prima?
Boh, dicono che la strada è buona, giusto l’ultimo tratto è un po’ impegnativo…

I primi 50 km. sono devastati. Temo per i bauletti e tutti gli accrocchi che abbiamo montati sulle Africa.
Finalmente Moroboschi può, a ragione, dimostrare che andare fuori strada è meglio che proseguire su quello che, fooooorse al tempo dei romani, era asfalto.
Fermiamo un pick-up per chiedere informazioni che otteniamo solo in cambio di un pesantissimo dazio: caramelle e matite colorate. Ti credo!!!! Il conducente avrà sì e no 12 anni.
Cerco con lo sguardo dentro l’abitacolo e nel cassone l’ombra di un adulto… niente, trovo solo altri due bambini. In tre non fanno una patente ma l’indicazione è giusta. Allah Akbar.

Poi mentre procediamo, ci piomba addosso da dietro un arzillo vecchietto (forse il nonno dei tre bambini) che vuole saggiare il rapporto di compressione del suo catenaccio. Ci inseg…..lo inseguiamo per diversi km. poi stanco di aspettarci, si ferma e comincia a conversare con Moroboschi tanto che penso sia un suo paesano capitato lì per caso.
In che lingua o idioma si esprima il Moroboschi, è tuttora un mistero, però lo capiscono.
Poi il nonno, dopo averci invitati a pranzo (al quale dobbiamo a malincuore rinunciare per rispettare la teutonica tabella di marcia), riparte “sgommando” umiliandoci in una nube di polvere giallastra.
Passiamo letteralmente in mezzo a mandrie di dromedari, attraversiamo dei villaggi usciti dal neolitico. Sulla cartina è indicato un distributore di benzina… ci arriviamo scortati da una torma di bambini.
Sembra il rifornimento della Dakar, nessun distributore, solo bidoni, taniche, vasi, bottiglie e barattoli pieni di un liquido che dovrebbe essere carburante. Riesco faticosamente a far riemergere dalla trance agonistica nella quale sono precipitati l’Ermetico e Moroboschi e li convinco a rinunciare al rifornimento “volante”.
I carburatori ringraziano sentitamente.

Avvistiamo le pianure fertili dell’Eufrate che decidiamo di attraversare sulla diga del lago Assad.
Elegantissimi militi in mimetica, Kalashnikov Ak 47 e kefiah rossa e bianca ci controllano i passaporti e poi ci permettono di passare ordinandoci di non fermarci sulla diga.
Ovviamente ci fermiamo per scattare delle foto ma un altro milite ci viene incontro e ci fa il segno internazionale di “smammare”; stavolta ubbidiamo giudiziosi.

Lo spettacolo è veramente impressionante: da una parte della diga l’Eufrate è poco più di un tranquillo fiumiciattolo mentre dall’altra è un “mare” di un azzurro profondo del quale a mala pena si distinguono le sponde opposte.
Ci rifocilliamo sotto le mura del castello Qala’at Ja’abar poi approfittando del caldo ci rimettiamo in marcia per Aleppo.
Ci sembra quasi, entrando per la seconda volta ad Aleppo, di tornare a casa. Ci troviamo a meraviglia nel traffico caotico di fine pomeriggio. Guidiamo allegri e strombazzanti salutando i nostri concittadini.
Torniamo nello stesso albergo ma è completo.
Ripieghiamo su un albergo vicino e posati i bagagli e fatta una spesa da cenone di natale, ci apprestiamo a banchettare sul terrazzo dell’albergo, ignobilmente sbracati sui divanetti mentre un sole rosso fuoco cala tra i tetti di Aleppo accendendola di mille struggenti colori (scusate ma m’è scappata…).
Ce ne freghiamo altamente dell’aviaria e massacriamo sul posto setto o otto incolpevoli polli.
Mi addormento sul divano della terrazza mano nella mano con Moroboschi.

 

02 settembre 2006: Aleppo – Nidge

E’ l’alba ad Aleppo. Litighiamo ferocemente sulla scelta della frontiera di uscita. Nonostante i saggi e premonitori consigli degli altri 4, Luigi ed io vogliamo assaggiare a tutti i costi Bab al Hawa per vedere se quello che scrivono su questo posto sia vero.
Non è solo vero, è molto peggio.
Dopo una lotta selvaggia riemergiamo boccheggianti in Turchia.

Qui le timide avvisaglie, gli sguardi d’intesa, le mezze parole che si scambiavano Emanuela, Daniela ed Lm esplodono.
L’ammutinamento è in corso. L’Ermetica-Emanuela-Christian Fletcher, con un colpo di mano prende il comando delle operazioni e obbliga le tre caravelle ad una variazione di rotta su Nord-NordEst.
Guardiamo sconvolti la cartina….CAPPADOCIA!
Altri 500, imprevisti, km ci attendono.
Procediamo secondo i nuovi, perentori, ordini: lasciamo i 37 gradi di Iskenderun e cominciamo ad arrampicarci sui monti del Tarsus.
La temperatura comincia a scendere precipitosamente. Siamo costretti ad indossare pile e antipioggia per proteggerci dal freddo. Avvistiamo Nidge dalla coffa della Canaroracing.
Emanuela-Fletcher dice che può bastare.
Ammainiamo il fiocco e sbarchiamo. Entriamo in una pensione. Stanzoni sporchi e polverosi con letti a castello. Pungente odore d’urina, prezzo, per il posto, esorbitante.
Usciamo in strada e ci consultiamo sul da farsi mentre Emanuela-Fletcher minaccia decimazioni, ceppi e giri di chiglia per i recalcitranti. Fortunatamente appare in nostro soccorso un turco che in sella alla sua vecchia Yamaha si offre di portarci in un altro albergo.
Ci fermiamo di fronte ad un edificio con piante, vetrate, tappeti pulitissimi, reception impeccabile; diciamo subito al turco che sarà sicuramente fuori dalla nostra portata ma lui ci dice di aspettare.
Riesce poco dopo trionfante.
Ha spuntato veramente un ottimo prezzo, ci facciamo quindi coraggio, circondiamo lo spaventatissimo impiegato dell’albergo, lo minacciamo, L’Ermetico per sottolineare che non scherziamo affatto sbatte il casco sul cofano di una berlina parcheggiata proprio lì davanti.
Quello vistosi ormai perso e sotto l’ulteriore insostenibile minaccia di trovarsi il suo rispettabilissimo albergo pubblicizzato sul sito “Sporcoendurista”, si piega e ci fa un ulteriore sconto del 50% sul prezzo pattuito con il nostro amico turco.
Rabbonitici, scattiamo la foto di rito e sciamiamo chiassosi nello splendido albergo. Forza! Doccia veloce che il nostro amico turco ci viene a prendere alle 20 per portarci a casa sua per farci conoscere la sua famiglia!!!

Eccolo puntuale. A piedi arriviamo a casa sua. Ci togliamo le scarpe, ci presenta sua moglie, poi arrivano i suoi amici.
Facciamo notte parlando di tutto: politica, storia, religione (ha la bibbia e il corano sul tavolo), musica.
Ci offrono tè, cola, una torta, patatine… siamo con la guardia colpevolmente abbassata quando questo subdolo e pericoloso musulmano fa scoppiare in lacrime Daniela e commuovere un po’ tutti quanti regalando un porta-sigarette all’Ermetico mentre la moglie, per non essere da meno, regala tre paia di calzini alle ragazze.
Sto per togliermi la maglietta per ricambiare la sua generosità ma mi ferma con un gesto e parole bellissime. E’ ormai notte fonda quando dalla strada ci giriamo a salutarli.

3 Settembre 2006: Nidge – Konia

6 a.m.. Suona la sveglia. Come cavallette ci gettiamo sul buffet della colazione. Servirà a poco, c’abbiamo una fame atavica. L’uomo della reception si nasconde dietro il bancone.
Usciamo in strada. 12° centigradi.

Sempre sotto lo sguardo imperturbabile di Emanuela-Fletcher cominciamo a vogare con lena, direzione Urgup.
Gironzoliamo per qualche ora tra i “Camini delle Fate” e le altre fantastiche creazioni della natura.
Partecipiamo ad una sagra dell’uva poi, soddisfatti e con Emanuela che rientra nei suoi panni ermetici, rimettiamo la prua verso Ovest puntando la bussola verso Konya.
Ho letto che Konya è la città turca più ortodossa, quindi mi preparo ad una città un po’ grigia e tetra.
Entriamo in città… sembra Zurigo.
Fontane, giardini, ordine e pulizia ovunque. Dopo aver trovato da dormire procediamo nella ricerca della seconda cosa più importante: cibo.
Gli Ermetici stanno quasi per svenire quando ci sediamo a tavola. Il nostro cameriere è iraniano, siamo in una città religiosissima e l’Ermetico decide di farsi benvolere chiedendo una birra. Cala il silenzio in sala.
Il cameriere si ritrae ed assume un atteggiamento da guardiano della rivoluzione islamica.
L’Ermetico tenta un miserabile salvataggio in calcio d’angolo farfugliando: “no alcol…”.
Quello capisce solo “alcol” e s’irrigidisce ancor di più… Rischiamo un incidente diplomatico finché l’Ermetico pronuncia la attesa parola distensiva: “Fanta!”.
Entrano tra gli applausi i caschi blu dell’Onu travestiti da lattine di aranciata.

04 settembre 2006: Konya – Salihli

Lasciamo Konya. Ad Afyon ci lasciamo catturare dall’idea di salire fino alla Fortezza Nera dell’Oppio che domina, da un altissimo e inquietante sperone di roccia, la città di Afyon, accreditata come la produttrice di un terzo di tutto l’oppio legale prodotto nel mondo.
L’orario per affrontare i 525 gradini che portano in cima alla fortezza è il più indicato per questo genere di imprese: è l’una di un pomeriggio che definire afoso sarebbe offensivo.
Lasciamo le moto e ci lanciamo come palle di cannone su per le scale.
Al sedicesimo gradino abbiamo già esaurito le nostre scorte d’acqua e arranchiamo penosamente. Arriviamo in cima ma di papaveri nemmeno l’ombra. Riscendiamo baldanzosi in favore di gravità.
Ripartiamo da Afyon e maciniamo km e km. Strade dritte come strisce di liquirizia in mezzo alle pianure anatoliche. Luigi mi dice, svegliandomi dal torpore, che abbiamo percorso 56 km di strada senza nemmeno una curva. Il sole ci tramonta davanti e quindi, come impostoci dall’inizio di questo viaggio, cerchiamo un alloggio prima che il buio ci colga ancora per strada. La stanchezza, la nostra presunzione, la sfortuna fanno sì che ci ritroviamo ad alloggiare in uno squallidissimo alb….no, pension…. no, ….bettol…. nemmeno… Vabbè, in un posto merdosissimo con un ancor più schifoso proprietario ed un fetido inserviente (subito ribattezzato “monsone” per via della scia di puzza che semina), al prezzo di uno Sheraton.

05/08 Settembre 2006: Salihli – Altinkum

La mattina riprendiamo i passaporti e paghiamo dando vita ad una scena surreale: lo schifoso non ci vuole restituire i passaporti prima del pagamento e io non gli voglio dare i soldi senza prima aver avuto indietro i passaporti. Moroboschi freme. Facciamo il passaggio contestualmente: una mano afferra e l’altra lascia.
Manco il riscatto di Paul Getty Jr.. A transazione effettuata, Lm gli snocciola una sequenza di insulti e apprezzamenti sull’albergo da far impallidire uno scaricatore di porto bretone.
Risaliamo per prendere gli ultimi bagagli e Moroboschi, recuperato il suo proverbiale aplomb e la sua riconosciuta eleganza, ricopre lo specchio del cesso di caccoloni grossi come coccodrilli e finisce di soffiarsi il naso sugli asciugamani prima di calpestarli.
Cerco invano, in quanto a dimensioni del prodotto interno lordo, di imitarlo. Soddisfatto mi fa cenno che possiamo andare.
In quel preciso istante mi accorgo di amare profondamente quest’uomo. Le ragazze, ancor più astutamente, hanno disseminato la camera di pezzi di formaggio rancido. Così, in parte alleggeriti dal fardello, ci rimettiamo gioiosamente e parzialmente vendicati in marcia.

Avvistiamo Izmir. La città è avvolta in una cappa di smog visibile a km di distanza. Indossiamo le nostre maschere da sub, che si rivelano clamorosamente inefficaci e passiamo in apnea.
Dirigiamo lungo la costa, cercando un posticino tranquillo dove attendere in completo relax gli ultimi tre giorni che ci separano dalla Captain Zaman che ci riporterà in Italia.

08 settembre 2006: Captain Zaman

09 settembre 2006: Bernalda

10 Settembre 2006: Roma

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