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Prima puntata: Partiamo da Roma direzione Iran

La peggior cosa che si possa fare nel preparare un viaggio in moto è decidere di partire con il peggior compagno di viaggio in moto: Andrea l’Afgano.

Roma. Giugno 2014. Io e Andrea siamo seduti ad un tavolino in un piacevole pomeriggio romano.
Quando leggiamo la notizia che la temperatura massima registrata sul suolo terrestre è 70.7°C lo facciamo sbadatamente senza prestarci nessuna attenzione.
Continuiamo a bere le nostre birre immersi nei rumori della città fino a quando i nostri occhi sbrilluccicano di euforica sorpresa.
L’articolo riporta: “La temperatura massima registrata sul suolo terrestre è 70.7°C, è stata registrata a Gandom Beyran nel Dasht-e Lut, in Iran.”

Con la stessa euforia ci guardiamo sorridenti e un “Andiamo!” ci catapulta nell’organizzare questo viaggio e cioè chiedere i visti per l’Iran, fare il Carnet de Pasage en Douane e preparare una busta di vestiti (3 mutande, 3 calzini, 3 t-shirt, caffettiera e fornello da campeggio)

Facciamo un giro di telefonate e stranamente altri amici rifiutano il nostro invito a partire con noi, non tanto per il fatto che come meta vogliamo andare in moto in pieno agosto in un deserto iraniano dove hanno registrato una temperatura che è il doppio di quando uno c’ha la febbre alta. Ma la motivazione che spinge tutti al rifiutare il nostro invito siamo proprio noi.
La fiducia che ripongono in noi è talmente bassa che ci danno spacciati non appena usciti dal Raccordo Anulare. Chi ci vede sfatti al bancone di un bar, chi pensa che non riusciremo nemmeno a metterci daccordo sulle cose basilari: dove, come e quando partire. I più pessimisti invece credono che assieme il Moro e l’Afgano al massimo possono smaltire una sbronza.

Giuseppe Pacifici

vestiti per viaggio in iran 2014

La partenza

Per essere sicuri di riuscire a superare almeno il traguardo minimo: il raccordo anulare di Roma, partiamo con un anticipo mostruoso. L’imbarco a Brindisi è alle ore 22:00. Il Moro e L’Afgano si vedono alle 6:00 al bar di Testaccio in modo da avere tutto il tempo necessario per sbagliare strada, bucare, perdersi, risbagliare strada, rismontare la moto perchè montata male la ruota e varie ed evenutali.
Colazione silenziosa e molto responsabile, preferendo spremuta e cornetto integrale al miele, al posto di cappuccino e bombolone fritto alla crema per paura di ripercussioni squassastomaco e conseguente rallentamento della spedizione.
Paghiamo e montiamo in sella, ingraniamo la prima e prima di lasciare la frizione ci guardiamo negli occhi: si parte tutti e due con il sorriso in bocca (a dire la verità il mio sorriso era un po’ preoccupato).

Italia, Grecia, Turchia

E’ un agosto romano, inaspettatamente piovoso con temperatura novembrina e di un grigio milanese. Partiamo che abbiamo le valige vuote perchè per il freddo abbiamo addosso già tutti i vestiti del viaggio comprese le antipioggia. Ci scorparcciamo zitti zitti qualche migliaio di kilomentri, tra pause caffè, imbarco a Brindisi, sbarco ad Igoumeniza e via filiamo sulla E90 che taglia tutta la Grecia fino a quando non ci ritroviamo dopo Istanbul.
“Va bene no?!!? Ci possiamo pure fermare” dico all’Afgano.
Prendiamo una stanza in un vecchio motel con doppio affaccio, da una parte l’autostrada turca e dall’altra la ferrovia. Che nottata!

Il giorno successivo ripartiamo di buon’ora e per almeno 3 ore non vediamo nulla inghiottiti da un banco di nebbia che se avessi visto il cartello Segrate non mi sarei stupito.
Puntiamo la Cappadocia. Per non annoiarci ci concediamo escursioni per la campagna turca decidendo di volta in volta le deviazioni in base a “sasso-carta-forbice”.

(Andrea perde la visiera del casco)

Dopo aver attraversato un qualcosa che sembra un pantano di feci con un fetore appiccicoso e affrontato un’impettata di pietra insormontabile eccoci che avvistiamo Goreme.

Da segnalare che ci sorpassa un tizio con una Custom con dietro una tizia in jeans a vita bassa e con un culo da favola.
Il motore della harley le fa vibrare le chiappe e in maniera ipnotica restiamo incollati a loro rischiando di sbagliare strada e viaggio.
(quanto ho desiderato una GoPro! Altro che le riprese di back-flip e acrobazie varie).

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Cappadocia

Entriamo a Goreme con la luce del tramonto e con una sete bibblica e visto che ci siamo lasciati alle spalle da un bel po’ il raccordo anulare (la meta minima che ci eravamo prefissati) decidiamo di festeggiare con una birra. E una birra alla volta ci ritrovati poi a cantare in tarda serata continuando a brindare a raki e ricordandoci che forse conviene mettere qualcosa sotto i denti. Andiamo a letto che ci odiamo e la buonanotte ce la da il più classico dei mal di testa che domani si sveglierà con noi.

il nostro amico

mangiare in turchia

Andrea l?afgano Iran-2014-2-2 Iran-2014-3-2 Iran-2014-4-2 Iran-2014-5-2 Iran-2014-6

Carina la fabbrica di mattoni-foratini di Avion, tutti ordinatamente messi in fila che contrastano con le buffe montagne di marzapane tipiche della Cappadocia.
Risaliamo la valle del lago Damsan Baraji fino a sputare bestemmie e sudore su una salita di sassi e sabbia.
Per puro caso entriamo, senza che ce ne accorgessimo, con le moto in pieno giardino a casa di Abdullah. Ci accoglie ci offre chai e baklava, ci presenta la famiglia e ci vuole addirittura ospitare la notte. E se bussavo alla porta?!

Kurdistan Turco

Altra strada e altri giorni di viaggio. Ci lasciamo scivolare addosso la Turchia e le sue bellezze. Dormiamo una delle più belle notti sulle rive dell’Eufrate con vista Via Lattea. Conosciamo dei camionisti simpaticissimi e un albergatore che ci da indicazioni sbagliate per costringerci a pernottare da lui.
E poi ancora kilometri di guida fino a Van. Decidiamo di entrare in Iran dalla frontiera meno turistica di Sero e per arrivarci c’è da puntare a Sud nel Kurdistan Turco. Guardiamo la cartina e notiamo una non-strada che da Van arriva ad Hakkari. Qui veniamo inghiottiti dal budello di svincoli curdi e di strade che si perdono su montagne isolate. Sono ore che giriamo senza sapere minimamente dove siamo, il gps ci da una coordinata che ci piazza nel bel mezzo del nulla.

Per fortuna riusciamo a vedere un villaggio. Chiediamo informazioni e ci rispondono:
“la vedi qualle montagne? Ecco Hakkari è lì, la quarta montagna a destra.”
Guardo Andrea e mi viene da ridere. Chiedo allora al curdo: “scusi… where is the road?”
e quello: “ma ti sei guardato attorno? ma non hai visto dove sei? qua la strada non esiste”.
Rido di più.

Altre ore a guidare nel vuoto cosmico fino a quando riusciamo ad intravedere dei paletti della luce elettrica, poi una strada… oddio, vuoi vedere che anche questa volta ci salviamo?
Ci precipitiamo e riusciamo a raggiungere l’asfalto. Il sole cala con una velocità imbarazzante e ci troviamo a guidare gli ultimi kilometri prima di Yuksekova in un pauroso buio. Rinunciamo ad arrivare in frontiera di Esendere e ci fermiamo.
Beviamo la nostra ultima Efes che il tizio del baretto ci da nascondendola dopo essersi guardato mille e più volte attorno, dopo essere uscito dalla porta per vedere se per strada ci fosse qualcuno e sconsigliandoci vivamente di berla lì fuori.
In camera ci facciamo l’ultimo brindisi, domani entriamo in Iran e per un po’ di giorni l’alcol sarà haram.

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Yuksecova – Esendere

Il letto è lercio e nemmeno mi tolgo la giacca da moto, mi sdraio accanto alla mia stanchezza ma non riesco a dormire… prenderò sonno solo molto dopo.
C’è qualcosa che mi preoccupa, tutta questa tranquillità, questo viaggio sta andando troppo bene… a parte la tremenda sbronza a Goreme il resto è filato liscio.

Guardo Andrea che è già beato tra le braccia di Orfeo… ecco quello che mi preoccupa. Il mio compagno di viaggio!

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