Iran 2014 #3

Terza puntata

Terza Puntata: Yazd, Kerman

Tra Esfahan e Yazd

Finalmente riusciamo a ripartire e a rientrare in modalità viaggio. Lasciamo Esfahan di prima mattina per non cadere di nuovo in tentazioni. Ci fermiamo appena fuori città ancora sonnecchiante e vediamo che una cupola di smog incombe sul centro.

Il brillante cervello del mio compagno di viaggio partorisce una di quelle idee che sarebbe stata cosa buona e giusta mandarlo subito a quel paese. Purtroppo me la intorta così bene che non riesco a dirgli di no e lo seguo già sapendo che me ne pentirò.

Da Esfahan c’è una comoda strada asfaltata che viste le temperature molto elevate ci avrebbe fatto arrivare comodamente a Yazd senza troppe preoccupazioni.
L’Afgano invece dice che ha visto su non so quale cartina una strada alternativa e panoramica. Secondo me l’ha sognata, perchè di strada non c’era traccia, anzi c’era solo una traccia di una strada in costruzione. Una linea retta di breccia che punta verso Est, verso il calore.
Percorriamo kilometri nel nulla con attorno 3 cespugli (li ho contati) e qualche montagnola di breccia. Incontraimo un pastore di cammelli con una motoretta che ci chiede: “Ma perchè siete passati di qua, c’è una comoda strada asfaltata che parte da Esfahan”
Mi guarda, poi guarda l’Afgano, poi riguarda me e mi fa un cenno con il capo come per compatirmi.

Ogni tanto qualcuno spuntato dal nulla ci ferma e si scatta selfie con la moto di Andrea.

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Costeggiamo quello che sembra un lago salato che sulle nostre cartine non riusciamo a trovare, attraversiamo paesini e quando chiediamo informazioni su dove siamo mostrandogli le cartine, quelli prendono la cartina e la iniziano a piegare, a guardarla si sguincio a girarla e rigirarla più e più volte. Capiamo che una cartina forse non l’hanno mai vista.
A mani giunte che dondolano su e giù mi giro piano e delicatamente mi rivolgo all’Afgano:
“Ma ‘ndo cazzo m’hai portato? Ma non potevamo fare la strada normale no?!”
E lui se la ride contento in mezzo all’ennesimo capannello di persone attorno alla sua moto.

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Non ti sei perso fino a quando non hai la sensazione che nello stesso punto ci sei già passato.

Ripartiamo dopo aver fatto di nuovo scorta di acqua visto che il caldo e la povere ci costringono a bere tantissimo. La traccia su cui ormai guidiamo da ore viene attraversata ora da una miriade di strade secondarie. Dal cervello del mio compagno di viaggio viene partorita un’altra idea geniale: “Proviamo a prendere una di queste vie forse ci porteranno verso la strada principale?”
Mi lascio convincere e lo seguo ormai in balia di questo spostato di testa.

Andrea perde un guanto (per fortuna lo recupero io, ma glielo darò solo a fine giornata nella vana speranza che possa imparare a non perdere più nulla)

Non ti sei perso fino a quando non hai la sensazione che nello stesso punto ci sei già passato. Visto che noi ormai nello stesso punto c’eravamo passati ormai 5 volte, dopo aver preso traverse cieche, svincoli fantasmi e incroci ad asterisco.
Andrea mi fa notare che ci sono tracce di altri pneumatici da moto e propone di seguirli.
Io gli faccio notare che quei pneumatici da moto sono i nostri, ci siamo solo noi qui in mezzo a questa strada isolata nel nulla.
Mi arrendo quando mi risponde: “Come fai ad esserne sicuro?”

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La cava

Giriamo a vuoto e superiamo due grossi montarozzi di breccia ed entriamo in una cava che a prima vista sembra abbandonata.
Ma non appena gli operai che fino ad un attimo prima erano presi dal loro lavoro ci vedono, si fermano tutti e ognuno con il proprio mezzo da lavoro si precipita verso di noi. Chi facendo sgommare le ruote della ruspa, chi facendo strombettare il clacson del camion-trivella, chi brandendo un martello pneumatico tipo Thor, chi alzando la pala meccanica come fosse un grosso dinosauro. In un attimo siamo circondati dagli operai contenti per la visita di questi due stranieri proprio lì nel bel mezzo del nulla.
La prima cosa che ci dicono è perchè non abbiamo preso la comoda strada asfaltata. Io mi mozzico la lingua per non dire che è colpa di Andrea.
Ci invitano a prendere un chai nella sala mensa. Due chiacchiere che si trasformano poi in 4, 6, 8 e ore piacevoli di chiacchiere trascorrono così che poi alla fine gli scrocchiamo anche il pranzo.

Sono giorni e settimane amare di delusioni e di rancore per me costretto a vedere la mia moto sola e triste mentre tutti volevano salire e farsi le foto solo su quella di Andrea.
Che se la vantava e faceva il “galletto” e imitava Steve Mcqueen con la sigaretta mezza storta in bocca.
Qui invece dove fa caldo, dove c’è sporco e terra e lerciume, dove ci sono Uomini veri che sudano e lavora con mezzi pesanti sotto il sole, proprio qui ho la mia rivincita.
Questi Uomini veri abituati al trattore, alla ruspa, all’escavatrice … sono affascinati dalla mia moto!!!
Salgono in sella, si scatano mille selfie, me la fanno parcheggiare vicino al loro mezzo da lavoro per farsi immortalare. Fantastici!!!
(Andrè.. tiè!)

Poi però mi si stringe il cuore e all’orecchio dico ai ragazzi di far finta che anche la moto dell’Afgano sia carina e di scattarsi qualche foto con la sua.

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Yazd

Tutto sommato alla fine fa caldo sì, ma è sopportabile. Diciamo che a questo punto l’idea di andare nel posto più caldo della terra sembra pure fattibile senza troppe difficoltà.
Yazd si trova a pochi kilometri dall’inizio dei due grandi deserti iraniani. Entriamo in città che sono le 17:00 e vista la stanchezza e la sete ci fermiamo e prendiamo alloggio nel primo albergo libero che troviamo. Contrattiamo un po’ svogliatamente sul prezzo. Poi doccia e due passi al bazar che troviamo chiuso. Nooo! Ci resto particolarmente male perchè quello di Yazd è davvero bello.

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Il pomeriggio lo passiamo a non fare nulla, con la scusa che fa caldo e che ci aspettano giorni difficili. Ci limitiamo a preparare qualche caffè (con la moka) e a studiare la mappa in cerca di guai. Conosciamo due ragazze con cui ci pavoneggiamo raccontando le disavventure che abbiamo affrontato finora noi sporchienduristi, noi in sella ad una moto, noi a guidare sulle strade turche e poi iraniane. Ci alziamo in piedi, imitiamo salti e piroette in moto, a farci da spalla mentre l’altro racconta un po’ alla Verdone nella Palude del Caimano.
Le due ragazze sembra che pendano dalle nostre labbra e quasi credono a tutto quello che le abbiamo raccontato.
Quando siamo noi a domandare: “e voi come siete arrivate fino ad Yazd?”
Loro rispondono: “In autobus”.
Teheran, Esfahan, Shiraz, Yazd tutto con mezzi pubblici (autobus locali) con solo uno zaino sulle spalle e poi a piedi. A me viene la pelle d’oca solo al pensiero di una fermata di metro, figuriamoci un viaggio in Iran con i mezzi pubblici.
Salutiamo le due ragazze che a sto punto non sapevamo proprio più che dirle e ci facciamo un altro caffè.
La sera a cena assaggiamo un Fesenjan superlativo in un ristorante fuori città.

Kerman. Knocking on hell’s door

Partiamo dopo una levataccia disumana con sveglia alle 5:30, ma almeno per qualche kilometro abbiamo guidato con il fresco.
Ci siamo, siamo arrivati a Kerman. Caldo tremendo, ma noi resistiamo. Beviamo quantità d’acqua che sudiamo subito dopo.

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Costretti a cercare un posto dove dormire con un caldo pressante sui nostri vestiti che siamo sudati fradici alla faccia del “tanto non lo senti perchè è caldo secco”, ci affidiamo alla Lonely Planet.
Leggiamo tra quelli più economici e viene consigliato Akhavan Hotel Restaurant. Alla reception che assomiglia al gabbiotto di un parcheggiatore abusivo c’è un ragazzo balbuziente che cerca in tutti i modi di spiegarci in iraniano che che che “ffffforse nnnnon ci co co co conviene dodododormire lllllì”.
Ma io e l’Afgano petto in fuori gli facciamo capire che noi siamo dei duri. Mentre Andrea rimane fuori con er zagaglia (il ragazzo balbuziente) io vengo condotto da uno in camice (avete letto bene) all’interno della corsia (state leggendo bene!). L’hotel è si un hotel, ma è stato costruito accanto ad un ospedale e quindi viene utilizzato dai parenti dei pazienti. Anzi, visto che in ospedale hanno finito i letti, alcuni pazienti sono nelle camere dell’hotel. Mentre cammino nel corridoio sento quell’odore tipico degli ospedali, i lamenti di gente sofferente e quando mi fanno vedere la stanza con i letti dico “No, questo è troppo davvero!”. Avremmo dovuto dormire vicino a due allettati con tanto di flebo e con le loro famiglie ai piedi del letto. Rimontaiamo in moto e sento er zagaglia “tt t t te l’avevo d d d d detto”.

Gira e rigira alla fine andiamo da Jalal Guesthouse, un pò caro, ma ospitale ed ambiente famigliare. Lui è un tedesco trasferito in iran.

Una volta sistemati ci facciamo un giro in città e la sera andiamo dal paninaro più buono del Sud Iran: Teimourì. Facciamo le ore piccole in giro in auto con la musica UNZ UNZ a tutto volume assieme ad un ragazzo che ci ha fatto vivere una notte a Kerman.

L’indomani gitarella fuoriporta per allenarci al caldo e visitiamo all’una il castello di Rayen e i giardini di Mahan. Conosciamo Alireza Kahohuri, arbitro internazionale Fifa e appassionato della Roma e di Totti. All’ombra nei giardini mentre fumiamo un narghilè una famiglia di Mashad ci offre i più buoni datteri che abbiamo mai assaggiato in vita mia.

moroboschi

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La sera Jalal ci presenta Ahmed, il ragazzo che ci accompagnerà all’Inferno. Per andare a Gandom Beryan ci vuole un permesso speciale ed una guida. All’inizio ci rifiutiamo vigorosamente e petto in fuori facciamo capire a Jalal che noi siamo dei veri avventurieri, “tu non sai con chi stai parlando, noi siamo degli sporchiendurisi sai!”.
Jalal: “Si lo so, e perciò ho chiamato Ahmed che vi aiuterà in caso di bisogno”.
Fra due giorni ringrazieremo e saremo in debito con Ahmed per tutta la vita.

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