Posto di confine di Tropoje

Io e Paolo indugiamo chiacchierando con i poliziotti,divertiti nel farsi fotografare sulle nostre moto. Uno di loro mi passa il suo indirizzo affinche’ io possa spedirgli la foto:
Elez Alia, Tropoje,Shquiperi;
nessuna via e nessun altro dettaglio e’ necessario.
Non abbiamo una lingua comune da usare, ma ci capiamo.

E’ davvero strana l’Albania: tutti gli ex- emigrati rientrati (forse piu’ della meta’ della popolazione) circolano con veicoli lussuosi; poi i dipendenti statali o quelli rimasti in patria sembrano rimasti addietro nel tempo e si meravigliano come bimbi per una moto di grossa cilindrata: contraddizioni.

A ovest grossi cumuli di nuvole avvolgono la montagna,dissolvendosi lentamente con il risvegliarsi del sole.

A poche centinaia di metri c’e’ la dogana kosovara.

L’aria e’ tersa e cristallina,come dopo una giornata di pioggia.

Sto per entrare in Kosovo e sono contento.

L’ufficiale di guardia albanese torna accompagnato da quello kosovaro, su un mezzo della repubblica kosovara, che ora circola liberamente in quella albanese, e gia questo la dice lunga sugli strani rapporti tra Albania e Kosovo; (come se un mezzo militare italiano entrasse liberamente in Svizzera).
Torno per un attimo al discorso che Ashtin, ragazzo albanese, mi aveva fatto qualche giorno addietro:
“Noi albanesi piano piano ci riprenderemo le nostre terre in Macedonia, Grecia,Montenegro;
Il Kosovo, nella realta’, e’ una provincia albanese!

Sono molto curioso di ritornarci; tre anni fa era ancora una anomala provincia della federazione serba e rimasi molto colpito soprattutto dalle lapidi e dalle macerie sulla strada tra Pech e Pristina;
La guerra, benche’ fosse terminata da anni, si respirava ancora nell’aria.
Quella volta, entrando dalla montagne macedoni e lasciandolo da quelle montenegrine, intuii quel senso di distacco di questa pianura dal resto dell’ex repubblica di Jugoslavia;
perche’, checche’ se ne dica, e’ la geografia che fa le nazioni (e un po’ la storia, ma solo di conseguenza).
Oggi dal posto di confine di Tropoje ho la certezza di questo;
qui non si ha la sensazione di superare delle barriere naturali, un valico, delle montagne o un passo.
Il territorio tra Albania e Kosovo e’ collinare e la piana kosovara non e’ che il naturale degradamento di queste colline verso la pianura.

Ma la mia curiosita’ per questa terra ha radici irrazionali;
Circa dieci anni fa,subito dopo il conflitto, mi fu offerta la possibilta’ di presenziare una postazione intersos ed allora,curioso studente universitario, rinunciai solo per una imminente offerta di lavoro.
Ma la beffarda sorte volle che l’aereo ONU sul quale avrei dovuto essere io con il mio miglior amico precipito’.
Certi accadimenti, benche’ magari del tutto casuali, per quanto si cerchi di spogliare la realta’ del suo contenuto trascendente ,non possono non indurti nell’animo una sensazione di sorte gia segnata;
Chissa’ se Atropo voleva recidere il filo del mio destino che le altre due Moire filavano!

E poi quel mio amico mi lascio’ anni dopo in un incidente stradale;
Tornare qui e’ per me quasi un voler sfidare la Sorte, e questo mi eccita, mi diverte.
Alla dogana kosovara stipulo un’assicurazione temporanea per la moto (20E per 15 giorni);

Un po’ mi inorridisce leggere sui mezzi militari kosovari le diciture, oltre che in albanese, in inglese: che c’entra? E poi la moneta:perche’ l’euro?

Dakovika e’ la prima citta’ che incontro e benche’ albanese, conserva le tracce della sua “dominazione” slava.
Le genti hanno lineamenti piu’ delicati, i “servizi” sono migliori che in Albania (per esempio si fa la raccolta della spazzatura),persino le case e le botteghe sono piu’ curate.
Insomma, si avverte subito di non essere piu’ in Albania. I cavi elettrici sui pali con il loro caotico disordine sono l’unico testimone delle influenze albanese.

Dal punto di vista turistico il Kosovo non ha piu’ granche’ da offrire; sono riusciti a scampare alla guerra il monastero serbo-ortodosso di De?ani, quello di Pe? e di Gracanica, sopravissuti perche’ presidiati permanentemente da postazioni militari (italiane);
Tutti gli altri sono stati distrutti dagli albanesi in risposta alle epurazioni serbe.
Gli Albanesi, per quanto un grande popolo, non hanno una grande cura del senso estetico.

Ripercorro la strada che congiunge Pristina a Pech,che tanto mi emoziono’ tre anni fa per le numerosi lapidi,le case distrutte e i monumenti all’UCK: tutto e ‘ normale, tutto e’ tranquillo adesso;
I campi non sono piu’ incolti,le case ricostruite, spariti i venditori di lapidi sulla strada ,spesso riconvertitisi in venditori di fontanine e statue in gesso da giardino e addirittura spostate le lapidi che sorgevano qua e la in maniera disordinata ai bordi della strada.

E’ cambiato tutto, questa terra’ si e’ normalizzata!
Si e’ vero che rivedere un posto gia’ visto non causa piu’ le stesse emozioni,forse sono cambiato anche io.

In Pech c’e’ un brulichio di vite umane che vanno e vengono: belle ragazze dai colori sgargianti che passeggiano,bazar, case in ristrutturazione: non la riconosco piu’;
E che dire di Pristina? Passeggiando nella galleria commerciale mi sembra quasi d’essere a casa!
Di colpo la curiosita’ che mi ha spinto per due volte in questa terra vola via;
dubito che tornero’ ancora in Kosovo;
non ha senso neppure dormire qui stasera, decido di rientrare in Albania.

Sento che quella curiosita’ che mi aveva spinto fin qui e’ svanita; lo stesso vale per l’Albania: finche’ c’erano posti da vedere, da scoprire, ardeva la fiaccola della curiosita’ e dell’interesse, ma ora e’ come se di colpo si fossero spente le luci del sipario.

Similmente accade con le persone: continuiamo a nutrire interesse per qualcuno fintanto che c’e’ ancora qualcosa da scoprire;
o forse semplicemente proiettiamo su di loro quello di cui noi abbiamo bisogno e quando scopriamo che non rispettano le nostre aspettative perdiamo interesse.

Piccola pausa caffe’ a Prizren, dove nella piccola rotonda della piazza centrale sgargianti mercedes gialle e arancio si contendono la strada con carretti trainati da cavalli. Una ragazza dai jeans a vita bassa e nike ai piedi,col suo sensuale ancheggiare, incrocia un vecchietto che indossa un copricapo bianco, tipico della tradizione albanese, il quale a sua volta mi esamina con occhio critico passandomi accanto e, salutando il gestore del bar, sull’uscio anche lui ad osservare me e Paolo, continua la sua passeggiata.

La vita scorre tranquilla ed indaffarata qui, come altrove; una nuovissima 8 corsie deserta si immerge verso ovest in Albania, oltre la dogana di Morine.
100..120..140 km/h ..rombano contenti i motori delle moto; poi di colpo la strada si restringe e senza mezze misure diventa stretta e sterrata.

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