Tre giorni di estasi paesaggistica

Mi sveglio agli scoppi del nuovo sole ma in base all’ora turca sono ancora le 5:30 di questa dolce estate che si diffonde la dove l’Asia si mescola all’Europa;
la colazione viene servita soltanto a partire dalle 7:00 e ne approfitto davanti al pc per capire in quale angolo della Turchia mi trovi e quanto siano distanti le mie prossime mete: Nemrut Dagi, Cappadocia e Pamukkale.

La Turchia!
Mangiatori di montagne!
E’ questo il primo nomignolo che mi viene in mente!
Da ovest ad est, da nord a sud, le strade sono un susseguirsi di cantieri con lo scopo di ottenere delle enormi quattro corsie.
e per fare questo non vanno molto per il sottile: “questa montagna qui la buttiamo giu’, poi quell’altra li e quell’altra li…”
Interi monti fatti saltare in aria e divorati dalle ruspe per ricavarne pietrisco da costruzione.
Mangiano e triturano montagne per farci strade!


E poi guidano come “turchi”!
La qual cosa e’ una diretta causa o conseguenza di quello che ho appena detto: poiche’ ogni turco corre ogni suo giorno il suo proprio Grand Prix e’ logico che cerchino di tappezzare l’Anatolia con veloci quattro corsie su cui misurarsi.


Ma a parte questo devo ricredermi sul popolo e sulla civiltà turca;
che poi, a parte il “mamma li turchi! ”, un’idea vera e propria su di loro non ce l’ho mai avuta.
La società turca m’e’ sembrata molto ben organizzata, le citta’ ordinate e pulite, i servizi funzionano;
una certa idea di ordinato socialismo miscelato a quell’arabeggiante senso del caos sembra pervaderla. La gente poi ha un forte senso dell’ospitalita’.

Nemrut Dagi

Abituato ormai al susseguirsi di veloci autostrade costellate di cantieri che si tramutano in breve in stradine interpoderali, giungo alla sommita’ del Nemrut Dagi.
Gia’ brontolavo aspettandomi frotte di turisti a grappoli che sgomitano, ciclici click di macchinette fotografiche dappertutto e invece…. non c’e’ nessuno!
Sono l’unico visitatore del sito.


In queste circostanze si instaura un rapporto interpersonale tra te ed il monumento: solo la mia attenzione e’ tutta per lui e tutta la sua attenzione e sola per me:un rapporto alla pari!

Non c’e’ neppure un guardiano e mi diverto a sgattaiolare oltre le recinzioni a cavalcioni ora della testa di Antioco I, ora di Tyche, attento a scansare la vista di Zeus-Oromasde tutto intento da piu’ di duemila anni a fissare l’orizzonte con dubbi risultati.

Finche’ i miei pensieri ritornano seri appena lo sguardo si perde alla vista tutt’attorno di aride cime pietrose intervallate da fertili vallate segnate dall’Eufrate che si spinge fin qua su in Mesopotamia settentrionale;
Tigri e Eufrate: due fiumi che hanno segnato la nascita della civilta’ sedentaria.


Ancora oggi la globalizzazione puo’ essere vista come uno dei tardivi effetti di quel giorno in cui piu’ uomini si raggrupparono e cominciarono a coltivare le terre abbandonando il nomadismo per sempre.

Se si accetta questo rapporto di causa effetto ovvero il considerare, per puro divertimento (ma solo per brevità di argomentazione), la possibilita’ che quello che un giorno avvenne per una strana coincidenza, un inaspettato ed involontario bivio nel percorso dell’evoluzione umana, possa non essere mai avvenuto, cosa sarebbe di noi oggi?
Miliardi di pastori nomadi sparsi per il globo? Cacciatori apolidi? E cosa al posto delle citta’?

Mi affascina l’ipotesi che possano esistere differenti immagini , magari solo potenziali, da associare alla parola civilta’.


L’uomo e’ stato cacciatore prima e pastore in seguito, ovvero nomade;
l’istinto alla lotta gli era utile per cacciare e per difendersi dalle belve feroci;
da quando si e’ dato una dimora fissa in mezzo ai suoi simili questi impulsi sono andati fuori fase fino ad arrivare alle odierne liti di condominio o per un parcheggio.

I leoni nelle citta’! Questo servirebbe per incanalare tutta la ferocia che circola nelle grandi metropoli!

Per un attimo ho avuto la tentazione di risalire il corso dell’Eufrate fino in Siria o al confine Iracheno ma per fortuna il tempo e’ un tiranno che ci sa tenere imbrigliati.
E poi l’idea di vedere finalmente la Cappadocia ha preso il sopravvento;
anche perche’, a proposito di civilta’, negli ultimi giorni ho ridotto i rapporti sociali solo a brevi e sfortunati eventi e l’idea di stare un giorno tra frotte di turisti a grappoli (gli stessi che disdegnavo poco fa) non mi dispiace affatto!

Non sembra, ma la Turchia e’ bella grande e riesco ad arrivare in Cappadocia solo il giorno seguente.

Cappadocia

Ora spengo il cervello e osservo, osservo..osservo solamente!






Pamukkale












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Breviario del Caucaso : ovvero brev(e) (d)iario d(i viaggio n)el Caucaso

Ed arrivo’ finalmente il giorno in cui il Tempo rallento’ logaritmicamente senza preavviso, innestando repentinamente la marcia contraria un attimo prima che i suoi ingranaggi si fermassero.
La vita riprese come di consueto, ma al contrario.

Nessuno avverti’ il colpo o se pure qualcuno lo avverti\’, era gia’ passato un sacco di tempo per poterlo ricordare: era gia’ un altro tempo, perbacco!*

Passarono i minuti, i giorni, gli anni e, perche’ no, decadi di millenni.Molte delle ultime scoperte andarono perdute;

Case, palazzi e citta’ intere si disgregarono sotto la forza del tempo, implacabile alla stessa maniera sia nella sua corsa di andata che in quella di ritorno.*

Navi affondarono,aerei precipitarono;
la salsedine del mare divoro’ il loro metallo, la terra scisse e disperse ogni loro molecola.

Persino coloro i quali avevano optato per la criogenesi, si ritrovarono da un giorno all’altro a marcire per le strade come pomodori rossi andati a male, essendosi persa da anni la tecnologia del freddo.*

Si era gia’ molto avanti nel tempo (o indietro, dipende dai punti di vista), l’impero romano aveva da tanto ceduto il passo alle civilta’ elleniche e queste ai loro contrari predecessori (anche se gli uomini non erano ancora tornati a vivere nelle caverne).

I musei non esistevano piu’, semmai si poteva parlare di collezioni personali di qualche presuntuoso faraone o lussuoso monarca macaone.*

Tra i vasi ellenici, rari spezzoni di quadri rinascimentali e aurei monili di annoiate donne settecentesche c’erano pure rari reperti di una strana epoca: qualcosa dall’utilizzo e significato assolutamente oscuro;
non si sapeva neppure che nomi dare e qualcuno, per semplicita’, penso’ di chiamarli propippi oppure giuseppoidi…ma poi opto\’ per “microchip”!

la gente proprio non capiva questa remotissima civilta’, non ne capiva i valori, cosa facessero, di cosa vivessero…accidenti, era proprio antichita’.*

Una sala di un palazzo reale le era stata dedicata;
erano in bella mostra scuri reperti di varie forme e dimensioni con su stampigliati i loro artisti: tale Michelin, Metzeler, Pirelli…
piu’ avanti cilindroidi oggetti di colore blu, verde, rosa o trasparente, senza tappi e con la scritta PET;
innumerevoli foular colorati di una strana svolazzante materia sconosciuta che dovevano essere i vestiti delle donne di quell’era;recavano a colori un tempo saturi (ma ormai consunti) i nomi degli atelier: Carrefour, Auchan, Lidl…

doveva essere proprio un periodo florido per avere cosi’ tanti artisti!

Insomma, questo era tutto cio’ che rimase o rimarra’ di quella epoca, quello che potremmo definire, in definitiva e senz’ombra di dubbio, monnezza, spazzatura!

(dopo una visita ad un museo delle civiltà antiche)

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Sorte avversa

Mi svegliai col ticchettio rauco di un orologio quasi scarico;
fuori incendiava l’aurora al cospetto di un’etere limpida e vagabonda, cosi’ lasciai Pamukkale che la collina magica sfumava velocemente dal blu afono della notte ad un rosseggiante giallo paglierino del mattino.
Stavo cosi’ bene come da tempo non succedeva, tanto che osai pensare che visitare ogni mese un posto simile a quelli veduti nei tre giorni precedenti mi avrebbe reso senza ombra di dubbio una persona felice!
Ma mentre ancora le ultime sinapsi diffondevano il messaggio ai rispettivi neuroni la legge della compensazione universale riverso’ il negativo, o complemento che dir si voglia, di tutto quello che avevo passato negli ultimi giorni, su di me: merda, insomma!

Attraversai un paesino di nome HAVUTCULU e fui subito colpito dal suo recondito significato, tanto che mi fermai ebetamente sorridente al suo termine per fotografarne il segnale di fine centro abitato.

Riflettendoci sopra pensai che davvero ero stato fortunato- fuor di metafora – avevo avuto ****! -, insomma.


E compiaciuto mi rimisi in moto ma subito mi assali’ il cupo pensiero che se la Sorte esistesse per davvero, quello avrebbe potuto di certo essere un suo segno per dirmi che adesso mi aspettavano giorni nefasti: “hai avuto **** ma ora basta!”

Qualche chilometro piu’ in la due militari rincorrevano e sparavano a un ragazzo dai lineamenti mediorientali: bah!
Avrei dovuto capirlo quando fui fermato da una pattuglia che quel giorno, per qualche inceppamento negli ingranaggi della vita, qualcosa non andava per il verso giusto;
Duecentosettanta lire turche e arrivederci!

Incazzato, ma subito placato ancora dal ricordo dei bei luoghi visitati, pensai che trovare una banca per pagare questa multa sarebbe stata una seccante perdita di tempo, quand’ ecco un’altra pattuglia a farmi “ciao ciao” con una paletta tonda bianca e rossa!
Altre duecentosettalire turche!
A nulla valsero i tentativi di corruzione prima e i puerili piagnistei dopo: mamma li turchi quanto so’ integerrimi!

Ad Efeso avrei dovuto estasiarmi tra le rovine antiche ma vuoi per la gran mole di turisti, vuoi per i poc’anzi avvenuti accadimenti (forse dovrei chiamarli accanimenti), bevetti un ayran (buonissimo yogurt con acqua) e tornai indietro.

Ma ecco che mentre costeggiavo il mar di Marmara verso Istanbul, altra paletta ed altre duecentosettanta lire turche per un totale di ottocentodieci lire turche.

Alt; a quel punto avevo un problema:
avrei potuto arrivare a Istanbul in serata, lasciar passare sabato e domenica e lunedi\’ mattina pagare le mie ottocentodieci lire turche di multa all’apertura delle banche e scappare mille chilometri a ovest per imbarcarmi su un traghetto che aspettava solo me, si, ma solo fino al suo stabilito orario di partenza;
peccato che, come tempistica,la cosa fosse improponibile;

Quindi presi la decisione piu’ saggia (per me e il mio portafoglio) che ogni uomo dovrebbe saper prendere almeno una volta nella sua vita: fuggire!*


Invertii la rotta, chiusi i diruttori, indietro tutta i motori, e con addosso gia’ la maschera del fuorilegge cominciai a correre verso il sole che, per solidarieta’ nei miei confronti, scappava anche lui a nascondersi verso ovest, cercando (io, non il sole) un porto per attraversare il mar di Marmara incurante dei limiti di velocita’;


infatti fui fermato e multato per la quarta volta, ma stavolta mi comportai da vero duro, e senza piagnistei agevolai il lavoro dei pulotti affinché si sbrigassero al piu’ presto: stavo scappando via, per bacco, non c’era tempo da perdere!

Riuscii a salire sul primo oggetto galleggiante (non dissimile da una imbarcazione) alle 23 circa, nascosto tra casse di pomodori iraniani e peperoni turchi.


Raggiunsi l’altra sponda che sentivo gia’ odore di moussaka greca nell’aria e correvo, correvo, correvo sempre piu’ forte fendendo il buio della notte mentre volpi o faine assassine si divertivano ad attraversarmi la strada con insolenza.

Passata la mezzanotte giunsi al confine, col cuore in gola e ugualmente eccitato per il pensiero o di passare indenne o essere rispedito indietro.

Ma la fortuna, si sa, aiuta gli audaci e tale dovevo sembrare perche’ salutai gli ultimi militari turchi di guardia all’inizio del ponte sul fiume Evro e…fu Ellade!

E Istanbul chissa’, la visitero’ tra vent’anni, quando le mie multe andranno in prescrizione!

Oh..ma mica finisce qua!


Dormii quella notte sogni tranquilli ad Alexandroupoli ed il giorno dopo ancora alle meteore e, sorridendo tra di me sulle trascorse vicende, andando via, cercavo nella mia testa una possibile meta per quella giornata dove terminare in santa pace quella deliziosa “Odissea” (e’ la parola precisa che pensai!).


Poi , prima di salire in moto,alzai gli occhi e mi accorsi che avevo dormito nell’ Hotel “Odysseon”.


Non avevo fatto la domanda, ma la risposta mi era arrivata ugualmente: Itaca!
Giunsi a Igoumenitsa e convinto che la Grecia fosse la patria dei collegamenti navali, mi ritrovai ben oltre Patrasso a prendere l’unico traghetto disponibile per Cefalonia.


Vabbe’ – pensai – Cefalonia dista appena due chilometri da Itaca, la’ trovero’ una barchetta, eccheccacchio!

A Cefalonia ritrovai, oltre ad un mare azzurrissimo e una vita spensierata, anche un idioma che sentivo appartenermi, dal momento che una persona su due era un turista italiano.


Alle 23 finalmente mi imbarcai sul traghetto che mi avrebbe riportato sulla mia Itaca (scusatemi, ma mi sentivo tanto Ulisse!), dopo un mese di vagabondaggio.

Fuori, seduto a poppa sotto un cielo stellato che rumoreggiava con chiacchiericci luccichii, gustavo gia’ il piacere catartico di raggiungere una meta agognata, ormai distante meno di un chilometro in termini spaziali e pochi minuti in quelli temporali quand’ecco che successe l’insuccesso, si avvero’ l’inavverabile’: la nave sperono’ il guscio di noce di un pescatore e per due ore non facemmo altro che girare in tondo per cercare questo sfortunello finche’, avvistato, l’equipaggio diede comicamente prova della sua preparazione tecnica cercando di calare la scialuppa di salvataggio.
qualcosa davvero al limite tra il comico ed il tragico;

Finche’, quasi alle tre di notte approdammo a Itaca…….senza neanche uno straccio di Penelope ad aspettarmi!



That’s incredible!

O per Bacco! Ho dimenticato una cosa:
Igoumenitsa, quattro ore prima della partenza;
“Che faccio? Mi annoio?
Quasi quasi me ne vado in Albania, il confine e\’ a soli 30 chilometri.”
E cosi fu.
Mi gustai il tramonto sulla piana di Butrinto e poi rientrai in Grecia, verso il porto di Igoumenitsa, che era gia buio.
Ma ecco che ancora gli ingranaggi si incepparono: le luci della moto smisero di funzionare!
“Ma che cavolo: 30 giorni a guidare di giorno con i fari accesi…e proprio adesso che e\’ buio dovevano fulminarsi?”
E cosi\’, a soli 45 minuti dalla partenza del traghetto percorsi gli ultimi 20 chilometri nel buio guidato dalla luce intermittente di un indicatore di direzione: pure la luna, sempre a spiarti da lassu\’, quella sera era latitante.
Ma fiducioso come chi e\’ consapevole che, per essere ancora su questa terra, ha superato elegantemente le terribili prove della selezione naturale della specie, presi il mio traghetto!

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3 Comments

  • moroboschi ha detto:

    grande Talino,
    bellissimo viaggio

  • michele ha detto:

    ragazzi ho divorato questo racconto!
    FA-VO-LO-SO!!!

    voglio partire con voi!!!!!
    bravo TALINO!!!!!

  • Federico ha detto:

    Bello il tuo viaggione! a proposito di inventarti una lingua tutta tua pensa che ho fatto la stessa cosa in Ukraina e Crimea con soddisfacenti risultati… me la son cavata parlando dialetto Bergamasco, forse la durezza della lingua faceva “colpo” ma qualche problema me l’ha risolto.
    Complimenti ancora..

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