Catarsi – l\’ombra delle cose

Chiurla solitaria una civetta nella notte.
Zirlano i grilli nel prato
insieme alle stelle
al ritmo di infiniti tremolii.
Una volpe attraversa la landa, zittendola .
Di nuovo nitrisce il cavallo.
Il fuoco va divenendo cenere e schivo scoppietta ;
\’che\’ per questo perde di significanza?
E\’ questo buio forse da meno del giorno?

Sono arrivata. Finalmente!
Quando ad Ani il sole, lungo al tramonto, mi ha prolungato oltre il confine, mi sono divertita a correre al di la del fiume Akhurian.
Interminabile, sui prati, ero per meta\’ in Turchia e meta\’ in Armenia:
non e\’ forse questa ubiquita\’? A nessun\’altro e\’ concesso!
Poi e\’ svanito d’improvviso dietro l\’Ararat negandomi il ritorno.
Ti ho aspettato dall\’altra parte per giorni;
quando ho capito che non saresti piu\’ arrivato mi sono messa alla tua ricerca.

Io sono la tua ombra;
Se qualcuno dovesse chiamarmi non ci sarebbero dubbi: “Ombra”.
Ma a me, che ombra sono, a me non e\’ concesso di avere una parola di senso non passivo per chiamarti;
come potrei? Non c\’e\’ proprieta’ transitiva, sono un negativo;
tu sei quella cosa che mi crea? E da dove questa sudditanza?
un nome, un solo nome non esiste, capisci il senso del problema?
Non esiste il mio punto di vista.

Sono l\’aposiopesi della vita, la sua parte nascosta ma intuita, un rompicapo filosofico, una bizzaria della scienza, un capriccio !
Un fascio di luce nera emanato da un faro negativo, compagna al contrario che scappa sempre quando la insegui e ti sta sempre dietro quando la fuggi.
Sono assenza di luce ma non sono senza luce;
sono essenza di luce!
Rivendico pari importanza: come farebbe la luce a produrre qualcosa di buio?
Sono altro dalla luce!
Nel mio universo e’ la luce la mia ombra.

Pensavi di liberarti di me?
Stai cercando di ridurre tutto all\’essenziale, ma non comprendi che io faccio parte di quell\’essenziale;
sono il testimone dell\’incontro di due mondi, quello della materia e quello metafisico, elementare anello di una catena che molti si ostinano ad ignorare.

Ammettilo, sono una meraviglia per la tua mente, da un lato la forma visibile ma indefinita dell\’anima, dall\’altro rimango pur sempre un oggetto; forse l\’unico oggetto fisico ad essere bidimensionale.
conosci altro che non abbia spessore?

Certo a me non e\’ dato di interagire: non puoi prendermi, non puoi calpestarmi, non puoi toccarmi, ma di certo esisto!
Quando cerchi riparo dal solleone sotto un albero chi ti protegge, l\’albero o la sua ombra?
Quante volte, guidando al tardo meriggio, con squarci di paesaggio che sfilavano ai tuoi lati e me al tuo fianco a seguirti, a volte a precederti, hai provato un senso di benessere?
credi fosse dovuto solo alla natura intorno?
Certo che no, era anche grazie a me, a quella simbiosi perfetta tra chiari e scuri, luci ed ombre, definito ed indefinito.
Nelle fotografie cercano di eliminarmi con un flash e per capriccio le immagini divengono insulse e insignificanti.

Per quanto, permettimi il gioco di parole, rimanga in ombra, sono sempre presente nelle cose piu\’ interessanti e misteriose: la luna, la notte, le nuvole, i tramonti, le eclissi…
Prendi la luna: le sue fasi non sono altro che uno teatro d\’ombre;
la notte.. l\’ombra del giorno;
Cosa sarebbe di un\’alba o di un tramonto senza le lunghissime ombre ?
Non di certo piu\’ un momento magico.
E la danza delle nuvole nel cielo? Ombre!

Ammettilo, ti attraggo!
Preferisci guardare me piuttosto che la tua immagine riflessa in uno specchio e sai perche\’?
Perche\’ nello specchio c’e\’ psiche, la parte razionale di te, (e non a caso gli specchi, un tempo, si chiamavano proprio psiche) a mostrare dettagli come gli occhi e quindi i pensieri e gli stati d\’animo tuoi piu\’ intimi;
io sono vaga, smorzo la realta’, lascio spazio all\’immaginazione, riflettendo solo la forma, nascondendo i particolari e velando i difetti, permettendo di immaginarti come vorresti.
In realta’ io sono la parte piu\’ narcisista di te.

Eccomi dunque.
Ti ho ritrovato.
Mi hai ritrovato.

* * *

E come se un sogno appena dimenticato mi avesse lasciato sulla soglia del dormiveglia dopo avermi tenuto compagnia nel sonno, apro gli occhi.
La luce accanto al letto e\’ accesa.
La fisso.
Fuori e\’ buio.
Non penso a nulla.
Il generatore e\’ spento.
Spalanco le pupille: non puo\’ essere vero!
Mi guardo intorno: tutto e\’ come l\’avevo lasciato. Tutto sembra reale.
Provo a spegnere la lampada: non si spegne!
Sono in un altra dimensione, in quei rari istanti di coscienza desta.
Richiudo gli occhi.
Il cuore improvvisamente eccitato pulso’ all’unisono con la notte smorzandosi lentamente fino a quando non seppi piu’ se quella melodia risuonasse ancora o fosse ormai solo un ricordo…

* * *

Albeggia.
Il sole scalda la brina con luce nuova mentre campanacci di mucche dalla valle risuonano gia\’ lontani.
Al piano di sotto Natia prepara la colazione: forchette, coltelli, bicchieri: melodie di gesti quotidiani che infondono tranquillita’.
L’aria del mattino e’ frizzante.
Arriva un momento durante un viaggio in cui si avverte che qualcosa e’ cambiato: se cercavi qualcosa, l’hai ottenuta, se invece fuggivi, l’hai persa.
Anche la strada, che ieri sembrava cosi’ tortuosa ed accidentata, oggi scorre fluida: guido sicuro volgendo la mente a qualcosa di nuovo.

Come liberato da antiche preoccupazioni mi impegno a trovarne di nuove: andare in Azerbaijan diviene un pensiero costante;
ma non potrei;
primo perche’ il visto andava richiesto in anticipo all’ambasciata di Roma;
secondo perche’ ne ho uno della repubblica del Nagorno-Karabak in bella mostra sul passaporto e questo mi identifica subito come un nemico del popolo azero..io che a malapena a Stepanakert ho fatto due chiacchiere con la cameriera dell’Hotel Armenia senza neanche subdole intenzioni!


Sul primo punto ci sarebbe da contrattare: un volo da Tbilisi a Baku costa poco; arrivare in Azerbaijan tramite aereo sarebbe l’unica maniera per ottenere un visto in pochi minuti…parcheggerei la moto a Tbilisi da qualche parte per tre-quattro giorni.
Anche la questione del visto del Karabak forse e’ risolvibile: potrei staccarlo,coprirlo,camuffarlo!
Grondante di ottimismo accelero sempre di piu’ finche’ in meno di cinque ore mi ritrovo nell’ormai famigliare traffico di Tbilisi.

Risolvo subito la questione camuffamento staccando il visto dal passaporto;
poi faccio un salto all’ambasciata italiana chiedendo all’ambasciatore di oscurarmi il timbro rimasto a meta’ con uno dell’ambasciata, ma sua eccellenza mi fa sapere per mezzo di un giovane maresciallo dei carabinieri in alta uniforme che tratterebbesi di reato;
di piu’: dovrebbero sequestrarmelo per il semplice fatto che ho staccato un visto!
”vabbe’,vabbe’..vuol dire che faro’ da me” – dico, e vado via.
E infatti quella marca da bollo posticcia ci stava a pennello!

Sorge subito un altro problema…e ti pareva: le autorita’ georgiane hanno registrato sul mio passaporto anche la targa della moto;
questo vuol dire che non posso lasciare la Georgia senza la moto!
Corro subito all’ufficio del turismo dove rapito dalla piu’ bella moretta che abbia mai visto con una camicetta rossa a contrastarle i lisci e lunghi capelli scuri che le scivolavano fino alle sinuosita\’ del seno….
Eh? Dov’ero rimasto? Ah ..l’Azerbaijan!
forse che si..forse che no, nessuno sa confermarmelo; per star tranquillo dovrei andare da un notaio e farmi redigere un documento col quale affidare temporaneamente la moto ad una persona georgiana bla bla bla …
Pero\’ ..che bella ragazza!
Accidenti che bello ma che rabbia quando sei ad un passo dalla soluzione!

Torno in ostello dove ritrovo la canadesina che mi saluta sorpresa offrendomi un te\’ ……questa volta accetto subdolamente;
Nel solo istante di una domanda la mia perfida mente aveva tessuto nere trame nei suoi confronti:
”e se le chiedessi di venire con me in moto alla dogana di Sadakhlo? in 30 minuti saremmo in Armenia, poi rientreremmo facendo registrare la mia moto sul suo passaporto”;
in un’ora e mezzo saremmo di nuovo a Tbilisi, avrei il tempo di fare il biglietto e partire domattina….o magari potrei chiederle di venire con me a Baku facendo registrare la moto alla sua amica.
Ma che cavolo! ha fatto piu\’ di diecimila chilometri per arrivare qui dal Canada e se ne sta sempre in questo buco di ostello! Per me le starebbe bene un po\’ di movimento; e poi credo di starle simpatico!”

Certe volte mi spaventano certi miei pensieri arzigogolati e sono quasi contento di non avere il coraggio di metterli in atto quando si tratta di coinvolgere altre persone.
Maledette burocrazie!
Pero’ a Baku ci vorrei andare….

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Scivolando verso casa

Buongiorno Tbilisi!

Solita colazione in Rustaveli Boulevard che mi da la possibilita’ di incontrare Mario ed i suoi amici impegnati nel periplo del Mar Nero ed ecco che i pensieri tornano a complicarmi l’esistenza.


La fissa di raggiungere l’Azerbaijan continua a pulsarmi dentro tanto da spingermi a capirne le motivazioni:
trovo una similitudine con le equazioni matematiche che con il loro aggrovigliarsi e annidarsi di sub-espressioni racchiuse da parentesi di vario genere rappresentano delle vie di fuga prospettiche per la mente; un viaggio nel viaggio, insomma;


e\’ la stessa ragione per cui adoravo le mille una notte, dove da un racconto principale si dipartivano storie in mille epoche e località.
Insomma, porte segrete di un castello medioevale che si aprono su nuove avventure lasciando spazio alla fantasia di reinventarsi una storia.


Passero’ i successivi giorni in maniera abbastanza distratta, rimpinzando continuamente la pancia della mia moto con la solita benzina “regular” .

Prima a Gori, citta’ natale di Stalin;
La strada, al bivio che porta a nord, in Ossezia, e’ tutta un cantiere aperto perche’ in ricostruzione dopo l’ultimo conflitto con i russi.
Due anni fa , dopo un fallito tentativo dei georgiani di riconquistare l’Ossezia del sud, (ufficialmente sotto il loro controllo ma, de facto, autonoma) la 58 armata russa ha risposto al fuoco georgiano invadendo la zona e distruggendo le basi dei militari georgiane.
A Gori, bombardata dai caccia russi, i pochi cittadini rimasti hanno pensato bene che la zona piu’ sicura fosse proprio la casa di Stalin, che infatti hanno risparmiato.
Osservando la locazione della casa di Stalin, al centro della piazza, sorge spontanea una domanda:
ma e’ stata ricollocata li smantellandola dalla sua vecchia sede o hanno abbattuto quello che c’era intorno ?

Stalin che, nonostante fosse nato proprio in Georgia, non aveva risparmiato neppure i suoi concittadini dalle epurazioni; bello e’ il quasi sconosciuto film Monanieba (pentimento) del regista georgiano Tengiz Abuladze.

Poi la strada militare georgiana, una strada usata come importante via di collegamento tra l’Europa e l’Asia a partire dai tempi antichi.
Percorrere una strada che non porta da nessuna parte e’ una cosa che le toglie fascino.
La strada infatti e’ percorribile fino al confine con l’Ossezia del nord;
il confine e’ poi interdetto agli stranieri.
Superato il Passo della Croce – 2395m, (per la croce rossa con la quale nel 1824 il generale russo Yermolov sostituì la croce originaria del 120 innalzata qui dal Re Davide il Ricostruttore) si passa accanto al Monte Kazbegi, noto come Mkinvartsveri (picco ghiacciato) ed alto 5047m, uno dei monti più alti del Caucaso.
Secondo una leggenda greca Prometeo fu incatenato al pendio scosceso del monte come punizione per aver rubato il fuoco agli Dei ed averlo dona.

Invece per la cristianita’ il monte custodiva la greppia di Cristo che ancora oggi rimane ancora nascosta da qualche parte.

La Georgia termina poco prima che le Gole di Dariali raggiungano il punto piu’ stretto, li dove e’ gia’ Russia;


è una della gole più spettacolari lungo il fiume di Tergi, estesa dalla città di Kazbegi fino al confine georgiano-russo.
Il nome deriva dalla parola persiana “Dar-y-Alan” cioé “portone degli alani” che rappresentava l’inizio del territorio appartenente agli antichi alani – antenati degli ossetiani d’oggi.


Ma il tarlo azero continua a muoversi finche’ decido di lasciar perdere e terminare i miei ultimi giorni di vacanza sul mar Nero, a Batumi, in pieno clima estivo vacanziero, come non facevo da tempo, con telo da mare e crema protettiva.
Ma tanto lo so che cambiero’ di nuovo idea perche’ senza stimoli tutto diventa vuoto.


Abbandono per sempre Tbilisi in una giornata ventilata e fresca, che viaggiare in moto diventa un piacere in se, indipendentemente da dove si vada.

Nei pressi di Gori mi assale di nuovo l’idea di andare in Ossetia del sud, ma stavolta lascio che la strada decida per me senza troppe preoccupazioni, e questa tira a dritto.


Breve visita al monastero di Gelati mentre il cielo si annuvola e ai bordi della strada si susseguono le varie aree tematiche di venditori di ceramiche,mais e pane (nasuti, quello bianco e puri, quello scuro) cotto al momento in bidoni improvvisatisi fornaci.


Arrivo a Poti, sul mar Nero, ma a parte l’immensa piazza con la cattedrale da cui si dipartono infiniti e desolati stradoni a raggiera, non c’e’ molto che mi attragga.
Cosi’ proseguo per Batumi, sotto l’incupirsi di un cielo umido che mi regala ogni tanto un arcobaleno;

lo sento: e’ il mio caro sistema nuvoloso artico che m’ha raggiunto fin qui nel Caucaso: maledetto!

La strada per Batumi e’ una stretta strada bucherellata affollatissima di turisti e tir e in pochi chilometri sono gia’ tre gli incidenti a cui assisto, complice anche la pioggia: si vede che era da tanto che non pioveva…aspettava proprio me!


Ceno nella modernissima e affollatissima Boulevard Batumi, finche’ al tramonto si aprono le cateratte del cielo.

Al mattino piove ancora: che senso ha fare il turista di mare sotto la pioggia?
Cambio ancora una volta i miei programmi.

Scappo da Batumi costeggiando il lungomare che sembra una piccola Los Angeles, con i suoi alberghi di lusso, le rolls-royce e i poliziotti a scortarle.
Ma qualche chilometro dopo la M1 e’ gia strada dissestata e in pochi minuti sono gia al posto di confine di Sarpi .
Senza neanche avere coscienza di quello che sto per fare abbandono la Georgia, e con essa il Caucaso per sempre.

La quattro corsie turca scorre veloce accompagnata dal mar Nero alla mia destra e come assorto lascio che sia la strada a guidarmi in questa solitaria domenica mattina; lontano nere nuvole cumuliformi danno profondita\’ al cielo,mescolandosi all’orizzonte con il mare;

Tre anni fa ero esattamente dalla parte opposta, in Romania prima e Bulgaria dopo e immaginavo come poteva essere trovarsi dalla parte opposta; cosi\’ adesso ricollego simbolicamente quel giorno ad oggi con una linea che non ha traccia ne nel tempo ne nello spazio.

Ma questo stato di pace non dura a lungo e a Rize, cercando di cambiare gli ultimi lari georgiani (che ahime\’, non riusciro piu’ a cambiare);
mi fermo ad un’agenzia di viaggi per informazioni su un volo per Baku, scoprendo che l’unica tratta possibile e’ fare scalo a Istambul, con un costo doppio rispetto a Tbilisi.

Sara’ forse per un’incoerenza con il primitivo sistema di orientamento insito in noi essere umani, ma andare 2000km ad ovest per poi rifarne 3000 verso est e’ fuori discussione: non ha senso.
Cerco qualche traghetto per l’Ucraina ma anche su questo fronte non ottengo risultati;non mi resta che mangiare qualcosa e cercare di dare un senso a questa ultima settimana.

La qual cosa non mi riesce difficile come non lo sarebbe disegnare isolati punti su una tela bianca e divertirsi ad immaginare immagini inimmaginabili.
Su un’ipotetica strada che percorre la Turchia da est a ovest getto come sassi alcuni nomi stipati in quale angolo della memoria:
Nemrut Dagi, Pamukkale, Efeso,Istambul;

Il problema e’ che non ho uno straccio di cartina stradale e non ho la piu’ pallida idea di dove siano queste localita’;
Cosi provo a chiedere ad un camionista che mi abbozza un ipotetico itinerario per tagliare la Turchia da nord a sud e approssimarmi a Nemrut Dagi;
itinerario che subito annoto sul un pezzettino di carta sul mio cruscotto:
Rize-Bayburt-Tercan-Pulumup-Elgiz;

Non ho idea di quanti chilometri siano e mi limito a seguire i cartelli stradali, finche\’ ce ne sono: dopo poco infatti la strada si restringe sempre di piu’ finche’ diventa un susseguirsi di lavori in corso e poi mi ritrovo su una mulattiera di montagna: accidenti!
Ma come e’ possibile! Ancora una volta! Uff..!
ad ogni tornante l’altimetro sale di 100 metri finche’ verso i 1800 sono ormai nelle nuvole;
da una macchina ferma (l’unica incontrata) esce un signore che incredulo mi dice: “what are you doing here ?”
Ma almeno mi conferma che la strada e’ quella giusta;

1900, 2000,2100 metri…a 2200 la visibilita’ si e’ ridotta a pochi metri, la nebbia (o nuvole?) avvolgendomi mi congelano, rinforzate da un gelido vento.
Finalmente verso i 2400 mt raggiungo un valico: salito dal mare sull’altopiano anatolico la strada e’ ormai una larga sterrata in quota; verso i 1700mt torna pure asfaltata.


A Bayburt mi accorgo , grazie ad una grossa mezzaluna su di una collina, di essere sulla stessa strada percorsa nel viaggio di andata;

A Tercan pero’ sono costretto ad abbandonare la via principale per una strada secondaria che spesso diventa nuovamente accidentata e piena di blindati e soldati che rondano ; capisco che sono entrato in quello che dovrebbe essere il Kurdistan turco.
Ma si respira aria tranquilla!

Fermo ad un distributore osservo un elicottero volteggiare in aria e con sorpresa, non molti chilometri dopo, me lo ritrovero’ nel centro della strada;
dopo un veloce controllo dei documenti e amichevoli strette di mano continuo per la mia strada;
nel frattempo i km scorrono e il sole fa il suo solito giro sulla volta celeste; a 100 km da Elagi procedo spedito dietro ad un Desoto che rallenta improvvisamente per una mucca sulla strada;
rallento bruscamente pure io sentendo uno stridere di gomme come fosse un interminabile urlo;
cosi’ interminabile da darmi il tempo di capire che qualcosa sta per venirmi addosso ma cosi fulmineo come lo stesso pensiero.
e’ una gran botta, la strada svanisce dalla mia vista sostituita dal cielo e la moto si sposta metri piu\’ avanti non sospinta dal suo propulsore; poi, esaurita questa non richiesta energia cinetica, sento un forte strappo al collo;
mi ritrovo ad ondeggiare sulla moto intontito; mi fermo: tremo!

L’autista che mi seguiva si scusa profondamente mostrandomi il suo dispiacere offrendomi ospitalita\’ ma gentilmente rifiuto: sono stato scaraventato da un bus e grazie al cielo sono tutto intero e pure la moto sembra esserlo.
Stremato psicologicamente giungo a Tercan con il tramonto e mi concedo (una volta tanto) un lussuoso hotel con tutti i comfort soddisfatto di essere ancora su questa terra.

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Il racconto in versi di un viaggio in moto, in solitaria, dalla Svizzera al Giappone
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3 Comments

  • moroboschi ha detto:

    grande Talino,
    bellissimo viaggio

  • michele ha detto:

    ragazzi ho divorato questo racconto!
    FA-VO-LO-SO!!!

    voglio partire con voi!!!!!
    bravo TALINO!!!!!

  • Federico ha detto:

    Bello il tuo viaggione! a proposito di inventarti una lingua tutta tua pensa che ho fatto la stessa cosa in Ukraina e Crimea con soddisfacenti risultati… me la son cavata parlando dialetto Bergamasco, forse la durezza della lingua faceva “colpo” ma qualche problema me l’ha risolto.
    Complimenti ancora..

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