Ani : la citta’ dalle quaranta porte e dalle centouno chiese.

Certe volte mi piace approfondire le notizie sui luoghi che visito solo dopo esserci stato;
questo per evitare di venir colonizzato dalle idee di chi ha scritto quel libro o quella storia;
perche’ e’ inutile negarlo ma siamo molto condizionabili.
In questo modo riesco a formulare delle idee e dei giudizi in maniera abbastanza indipendente;

E’ un po’ come trovarsi davanti un bel quadro senza saperne nulla: le emozioni che scaturiscono sono quello che il quadro rappresenta, senza intermediari, punto.

Di Ani sapevo solo che era stata la capitale del regno Armeno nel medioevo.
Ani si trova in Turchia, in quella parte che i Turchi chiamano Anatolia orientale, ma che gli Armeni si ostinano (e perche’ no, forse anche a ragione) a chiamare Armenia Occidentale, proprio sulle sponde del fiume Akhurian, che segna il confine;

Armenia occidentale e Anatolia orientale, Sud Tirol e Alto Adige e cosi’ di seguito…nomi diversi per indicare la stessa regione; comincio pure ad accettare il termine Padania!
Ma certo, se saranno cosi’ furbi da riuscirci e’ giusto che spetti a loro il diritto di riscrivere la storia: nulla al mondo e’ immobile e predeterminato ma tutto cambia: sciocco e’ colui che ancora le proprie idee ad uno statu quo.

Mi fermo per bere un caffe’ e due ragazze turche si avvicina incuriosite; tra i rituali chi sei, dove vai, cosa fai, dico loro che sto andando in Armenia; “Armenia…Arminia….Ar-mi-niiia..” provo in tutti i modi ma non capiscono.
”ahh, Ermenistan?”
Nomi, nient’altro che nomi!

Ani era cosi’ potente e famosa che competeva per importanza con Costantinopoli, Il Cairo e Baghdad; ma Io non l’ho mai sentita nominare nei libri di storia, nei nostri libri di storia, eppure la storia mi piaceva; mi convinco ogni giorno sempre piu’ che veniamo educati all’idea che quella europea sia l’unica e sola “Storia” possibile.
Ma pensa te se gli americani diventassero cosi\’ astuti da colonizzare gli altri popoli con le scuole invece che con le guerre…cosa ne sarebbe del mondo? No..no…preferisco delle inutili guerre ad una miopia di cultura!

Arrivo che il sole e’ gia’ basso e , a parte me, solo una terna di turiste probabilmente americane calpesta i suoi antichi viali.
La percezione che ne deriva e forte: Ani e’ un fantastico sito archeologico ricco di storia che i turchi sembrano trascurare, se non proprio agevolarne la rovina:

Vedere i bovini lasciati liberi a pascolare tra quelle mura che urlano storia mi sembra davvero un sacrilegio!
Le possenti costruzioni ancora in piedi poi non sono per nulla preservate.

Per la prima volta vedo e tocco quelle caratteristiche chiese e costruzioni in pietra rossa e nera;
Riesco a provare un filo di gioia nel ricordare il giorno in cui distrattamente avevo sfogliato in libreria una guida turistica sull’Armenia cercando di immaginarmi in quelle terre.
Ora ci sono.
In realta’ sono a 5 metri dall’Armenia ma entrarvici non e’ poi cosi’ semplice;
i rapporti tra Turchi e Armeni infatti sono pessimi e le frontiere sono chiuse; tutto a causa del genoci….ehm..gen…sccccc….silenzio, non si puo’ dire!
Ma questo lo capiro’ meglio quando visitero’ il museo del (appena sussurrato) genocidio armeno a Yerevan.

Per adesso mi siedo sulla riva del fiume e rimanendo a guardare la torretta dei militari armeni di fronte mi perdo in mille fantasticherie su quello che trovero’ di la, mentre alle mie spalle un generale turco sta distruggendo secoli di storia a colpi di cannone: era il 1921!

Che cosa stupida le frontiere! Gli uccelli possono volare liberamente di qua o di la, i pesci possono scegliere su che sponda stare; perfino il denaro puo’ circolare liberamente: spingi un bottone e tutti i tuoi soldi finiscono in un attimo in un\’altra parte.

Il sole, bassissimo all’orizzonte, proietta la mia ombra esattamente ad est, oltre la recinzione, in Armenia e come un bimbo mi diverto a far scorazzare libera la mia ombra senza visti e timbri .
poi, d’improvviso,svanisce.
Il sole muore alle mie spalle dietro l’Ararat, il monte sacro dove si dice si sia arenato Noe’ e la sua arca.
E’ tardi e devo andare; devo recuperare la mia ombra ma per farlo saro’ costretto a viaggiare per un giorno intero prima verso Nord, fino in Georgia e poi di nuovo verso sud, in Armenia, per ritrovarmi esattamente a 5 metri da dove sono adesso.
Andiamo.


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Tutto da perdere, niente da perdere: una corsa verso Yerevan.


Ci sono giornate che nascondono in se irrequietezza, agitazione, senso di movimento;
per esempio quelle ventose, quando stai fermo,immobile ma i tuoi pensieri girano precipitosamente come trottole sospinte dalle folate.

Ore 9:00
La solita quattro corsie turca d’un tratto diventa una strada bianca sterrata che mette a dura prova le sospensioni; tra un fosso e l’altro mi accorgo che il cellulare non e’ piu’ al suo posto; mi fermo, controllo meglio e lo trovo incastrato tra il telaio della moto: che culo!
Lo rimetto a posto ma a quanto pare se il destino ha sentenziato, ci vuole davvero un buon motivo per cambiare il corso degli eventi: l’ho perso definitivamente!

Dal diario del 10 Agosto 2010:
Tendiamo sempre ed inconsciamente a realizzare le nostre paure,i sogni, i desideri.
Quando sono partito avevo un gran desiderio di sbarazzarmi di tante cose; gettare via tante persone inutili che la maggior parte delle volte occupano solo un numero in una rubrica telefonica.
Il caso ha voluto che questo mio desiderio si realizzasse e quando oggi mi sono accorto di aver perso il telefono, in realta’ ne ho gioito.
Via tanti nomi, tanti numeri, via la possibilita’ di essere contattato!
Tutto da riscrivere, tutto da ricominciare, proprio come piace a me.
Gli unici numeri realmente importanti sono solo quello di casa e quello di Lei; e lei non e’ una ex o una fidanzata, Lei e’ Lei e basta, e’ la mia parentesi graffa !

Ore 12:00
Adoro i posti di frontiera secondari;
sono piu’ sinceri e le persone piu’ schiette.
Quello di Posof e’ poi squallidamente genuino: terriccio e pochi uffici sul versante turco, poi un cancello scorrevole e voila’, fai un passo come da una stanza all’altra e cambia la lingua, l’alfabeto, le leggi, la gente;
la storia turca cede il passo a quella dell’Unione Sovietica: sono in Georgia!
i primi metri in una terra sconosciuta’ sono un estatico piacere per la mente: vista, olfatto e udito amplificano al massimo ogni particolare; ogni volto intravisto diverra’ per te il cliche’ di un intero popolo.*


Ore 13:00
Akhaltsikhe, salgo sulla rabat (fortezza) e cerco di entrare in un museo; deve essere anche una caserma perche’ e’ pieno di guardie sonnecchianti che mi fanno cenno di aspettare;
arriva una biondissima e snellissima donna dal corpo di ventenne ma col viso che rivela tutta la sua eta’ (piu’ di mezzo secolo) che apre il museo;
purtroppo ho solo lire turche, euro o dollari per pagare il biglietto di ingresso di 2 lari (meno di un euro).
Lei guarda con i suoi chiari occhi vitrei e senza un minimo di emotivita’ mi dice che non puo’ farmi entrare e va via.
Non e’ georgiana, e’ russa!*

Ore 16:00
Mi fermo ad una banca per cambiare un po’ di denaro e sorge un problema: ho ben tre carte di credito che non posso utilizzare perche’…. i codici pin erano tutti memorizzati sul telefono!
Ho giusto il necessario per un altro pieno e per correre a Yerevan…e corriamo!*

Ore 17:30
Con questo senso di fretta nell’animo arrivo alla fortezza di Khertvisi e da lontano scorgo, protetta dal solleone sotto un frondoso albero, una bella ragazza che pasticcia col suo laptop;
non saprei dire se l’abbia fatto per accorciare i tempi della visita alla fortezza o per “guappaggine” ma senza pensarci troppo imbocco con la moto il tortuoso sentiero che sale;
dopo aver scaraventato per strada decine di sassi nel caparbio tentativo di continuare capisco che l’unico modo per salvare ancora la faccia e’ la resa.
Mestamente torno indietro, scatto in sordina qualche foto alla fortezza e scappo via.



Ore 19:00
Percorro una semideserta stradina seguendo una dopo l’altro i punti che precedentemente avevo memorizzato sul gps, quasi come un Pollicino che segue le sue molliche;
cerco la citta’ sotterranea di Vardzia, un complesso di grotte simile ai sassi di Matera che nell’anno 1185 d.C. la regina Tamara fece costruire per difendersi (o meglio nascondersi) dalle sempre piu’ frequenti invasioni mongole;
Il sito e’ molto bello ma mentre cammino nel buio del ventre della terra incappo in una comitiva di ultrasessantenni ebrei; bloccato tra anziane signore in quelli angusti passaggi sono costretto a sorbirmi interi salmi in lingua ebraica cantati con la stessa foga di una combriccola di teenager che canta Vasco Rossi : ”EEEEEE…Eliaaaaa….Tehilliiiim….e-eeee” *

Ore 20:30
Mentre il sole combatte contro la gravita’ cosmica per approssimarsi alla linea dell’orizzonte, bruciando atomi di elio e idrogeno, io quaggiu’ guido sfrenatamente verso Yerevan infiammando pensieri d’ogni genere. *
Sono gia\’ entrato in Armenia.Guido, guardo l’orologio e corro , ormai quasi meccanicamente senza neanche piu’ guardare la strada, limitandomi a seguire la lontana scia luminosa di qualche automobile.
Nel buio un’auto di fronte mi lampeggia;
Io lampeggio;
l’auto lampeggia insistentemente;
ho il sospetto, ma faccio lo gnorri: rispondo al lampeggio col lampeggio;
l’auto rallenta, fino quasi a fermarsi e accende i lampeggianti:e’ una pattuglia;
Io rallento, passo accanto a loro e saluto gli agenti con fare indifferente, continuando per la mia strada;
Loro blaterano qualcosa dall’altoparlante (non c’e’ bisogno di conoscere la lingua armena per capire che intimano a fermarmi);
rallento, metto la freccia come per volermi fermare e guardo costantemente nello specchietto;
sono a pochi km da Yerevan, il traffico si e’ fatto sostenuto e la M1, benche’ la principale arteria armena, e’ in realtà una fatiscente due corsie.
La pattuglia non riesce a fare inversione al che non ci penso due volte: aumento progressivamente la velocita’ finche’ mi ritrovo a correre come un forsennato: che vada come vada, non ho denaro addosso e se mi fermano, tanto vale che mi arrestino;
evitero’ di pagare l’albergo: quello che si dice pensare positivo!

A Bavra, confine armeno-georgiano, mi avevano messo in guardia dalle solerti pattuglie di poliziotti armeni, sempre pronti ad arrotondare i loro stipendi ma ero troppo preso dal pensiero di recuperare i codici pin per attuare la mia procedura difensiva contro le pattuglie (che spieghero’ in seguito).

Immerso in una monotonia di pensiero che sfiora il nulla, anche un po’ stanco, in un frangente, ecco superare un dosso e……… Y E R E VA N!
Una scena che portero’ dentro per tutta la vita: nel giro di pochi metri la salita si fa discesa, il freddo si fa caldo umido e lontano un’interminabile distesa di luci scintilla.
Lo so, e’ stupido e puerile, ma sono arrivato a Yerevan una citta’, un nome che , non sapro’ mai per quale motivo, nella mia mente e’ altisonante.
Buonanotte, sono troppo stanco e soddisfatto per continuare!

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Yerevan: Crescendo (si cade sempre negli stessi errori).


11 Agosto 2010

ZZZ…ronf…zzz….
Yaaaawnn……..sbadiglioso e sonnecchiante vengo infastidito dai crescenti rumori del traffico che incalzano sempre piu’ al quattordicesimo piano dell’Hotel Shirak.
E’ mattina da un pezzo, mi giro e rigiro nel letto indeciso se alzarmi o no: devono essere ancora gli antistaminici a rendermi la testa pesante come un mattone.

Cavolo..sono a Yerevan!

Nel corridoio gialle lame di luce mattutina fendono il pulviscolo della moquette colpendo la carta da parati e il mobilio in legno scuro;
l’ascensore ha tasti di tipo elettromeccanico in pieno stile “ anni \’70-\’80” che producono un suono da atmosfera horror a meta’ strada tra arancia meccanica e un film di Hitchcock.

Mando una mail a mia sorella avvertendola che sono vivo,senza telefono e senza soldi (figuriamoci se quella mi risponde!) e poi parto alla scoperta di Yerevan;
fuori per strada la mia moto e’ ancora li: si respira un senso di sicurezza.

Ieri sera, entrando in Yerevan, sono stato un po’ disorientato;
all’inizio l’urbanistica sembrava la stessa di Riga, Vilnius, Tallin solo che la ci sono enormi viali rettilinei che portano dritti dritti nel ventre della citta’;
Yerevan invece ha una struttura circolare; gli stessi tratti che si ritrovano nell’alfabeto e nelle architetture dei palazzi;
Ogni citta’, ogni popolo ha una sua propria filosofia urbanistica e intuisco subito da questo particolare che l’Armenia fa parte di un altro continente.
Ma e’ proprio questo che mi piace e mi eccita: e’ proprio il diverso, la possibile alternativa alla nostra cultura che cerco!
Si, mi e’ un po’ incomprensibile Yerevan, mi ci sono perso piu’ di una volta!

Dopo aver passeggiato ad oltranza per le sue vie , visitato il museo di storia armena, la biblioteca nazionale e la “cascade” con in vetta il monumento al 50° anniversario del soviet (cinquecentocinquanta gradini contati dal sottoscritto nel caldo umido e afoso per poi scoprire che era in ristrutturazione, gesto fatto piu’ per emulare Tiziano Terzani che per convinzione) decido di dedicarmi al mio problema: ripristinare le comunicazioni.
(Quando staziono a lungo in un luogo – e un giorno e’ per me “lungo” – comincio a diventare irrequieto).

Con gli ultimi dodicimila Dram (circa venticinque euro) decido di comprare un telefono cellulare con credito incluso.
”Passport please” mi fa la commessa.
Posso darle un altro documento? Sa, voi ex sovietici siete cosi diffidenti che il passaporto l’hanno trattenuto in albergo finche’ non pago!
Lei fa le spallucce come a dirmi che vorrebbe aiutarmi ma non puo’; mi tocca tornare dall’altra parte della citta’ col caldo afoso del primo pomeriggio.
Arrivo in albergo che sono un pezzo d’acqua e chiedo alla reception di darmi il passaporto.
Con quel fare staccato che solo i burocrati dell’est riescono ad esprimere al meglio lei mi dice che se non pago non puo’ darmelo.
E’ chiaro: qualcuno ha creato a tavolino questo loop farsesco!
Sto qualche secondo in silenzio e sfogando la rabbia con un sorriso isterico faccio presente che se non mi restituisce il passaporto io non potro’ comprare il mio cellulare, col quale chiamare casetta e farmi comunicare i codici delle carte di credito con le quali saldare il mio conto in hotel…
lei sta in silenzio…..“..e poi i miei bagagli sono tutti in camera e la moto e’ li fuori”.
Ecco, credo sia stata quest’ultima frase a convincerla!

Al pomeriggio,stanco di camminare prendo un taxi (tappezzeria in pelle di capra sempre stile anni 70) che mi porta al museo del genocidio per poco meno di un euro.

L’Armenia ha una popolazione di quasi 3 milioni di abitanti, di cui un terzo vive illegalmente in Russia; sono invece 8 milioni gli Armeni che vivono all’estero.
Quasi 3 milioni sono stati sterminati dai Turchi a cavallo tra ‘800 e ‘900: l’equivalente di tutta l’odierna nazione Armena, meta’ del numero di ebrei uccisi durante la seconda guerra mondiale.
Ma a differenza di quello ebreo il popolo armeno mi sembra umilmente e pacatamente accettare queste centenarie ingiustizie;

(qui ci sta un kebab al volo e una birrozza fresca..e comincia il crescendo!)
Che poi non e’ che passeggi per strada e lo incontri; il popolo armeno, intendo.
”Ciao sono il popolo armeno, come stai?” E guardandolo negli occhi ti fai raccontare le sue disgrazie e le sue disavventure;

sono cose che intuisci guardando a 360°, raccogliendo indizi qua e la e congiungendoli con la matita dell’immaginazione come si fa sui cruciverba.
L’armeno medio e’ un tipo ameno ma malinconico (a-meno che non abbia i fatti suoi storti, e’ chiaro), non come il ru-meno (ma non da-meno del turk-meno, che niente-meno e’ sempre un feno-meno ex-sovietico);
ha scarpe di cuoio nere a punta (d’ordinanza), camicia texana dai colori smorti, guida una lada di fine anni 80 (possibilmente bianca, non so se ci fossero a catalogo altri colori);
ha capelli neri, lisci, corti a mo’ di fraticello e gli zigomi sono tondeggianti (come la struttura di Yerevan, l’alfabeto, i palazzi blablabla..ci risiamo);
e ha dei tratti somatici che sono la linea di congiunzione tra il medio oriente e l’Europa

Poi non puoi affinare il giudizio se non mangi le stesse cose che mangiano loro:
“noi siamo quello che mangiamo” scriveva il filosofo Ludwig Feuerbach
E quindi sono stato obbligato ad assaggiare khoravats , dolma, lavasi, khachapuri, annacquati abbondantemente con Kilikia (a proposito, devo ricordarmi di organizzare il tour delle birre orientali: Korka e Tirana albanesi, Skopko macedone, Mythos greca, Efes turca, Kilika armena e Natakhtari georgiana; ci sarebbe pure la Ursus rumena, ma per arrivare in Romania poi siamo costretti passare dalla Bulgaria e quindi ci sta un goccetto di Zagorka).

Hic…ma l’Armenia e’ la patria del cognac, a me non piace il cognac,diciamolo pure che se non e’ dolce mi fa schifo, ma questo filosofeggiare mi impone di assaggiarlo, accidenti che fatica capire gli altri popoli ma che ci sono venuto a fare solo qua? mi ci vorrebbe un’interprete …ehi tu, ciaaao, come ti chiami? Mariane, “come sei bella stasera piu’ bella del sole piu’ bella della primavera” ..hic ..(tanto e’ una canzone italiana mica se ne accorgera’ che ho rubato le parole).. mi aiuti a capire il tuo popolo? Cioe’, te lo dico chiaramente, per me e’ piu’ una scusa per rimorchiare , poi pero’ non dire che non ti avevo avvisato perche’ hic…hic…hic sunt leones!

Ma che gambe lisce che hai….hic.. come, non hai fatto la ceretta? Hai ragione sono quelle del tavolo …hic….questo cognac e’ fenomenale..hic… rende attraente pure un tavolo..hic, devo portarmene un po’ a casa..ah ah ah (ma che ***** ridi …hic..hai appena fatto una una figura di m…..hic.. et nunc!)

Ma pensa ad un organismo unicellulare al nostro posto..hic…poverino..hic, costretto ad innamorarsi di se stesso e se proprio c’ha voglia ..hic..altro che sangue al cervello..hic…li viene il protoplasma a pressione..hic…e sul piu’ bello puff…si ritrovano due cellule nuove che nessuno sa piu’ chi era chi ..(cioe’ hic… che non e’ altro che chi al contrario!) e nessuno si ricorda nulla del prima perche’ il prima era di quell’altra cellula che ..hic..ora non c’e’ piu’ e di conseguenza la sua memoria..hic…e’ andata perduta..hic ….e allora nel disperato tentativo di provare le pene d’amore ci riprovano, sempre da soli ma puff…altre 4 cellule nuove.. hic..ma loro anche se non l’hanno mai fatto l’amore lo sanno quanto e’ bello e quindi..hic…ostinatamente ci riprovamo ma..puff..hic..ecc….ancora 8 cellule nuove di zecca senza memoria alcuna..hic.. ma tu non preoccuparti ..hic..che la natura trova sempre la sua strada..hic..e’ una storia a lieto fine ..hic..perche’ quando ormai si sono fatte miliardi di miliardi c’e’ sempre la pecora nera, cioe’..la cellula nera ..hic..,l\’errore..hic che decide di trasgredire e li..hic.. tra milioni di bilioni di miliardi riconosce gli occhietti curiosi di un’altra cellula nera che le fa il sorrisino malizioso perche’..hic..la pensa come lui ed ecco che si appartano e… ta-taaaaan!

S(h)ic et simpliciter!. Viva l’Armenia..viva la birra ..viva il cognac…ZZZ…ronf…zzz….



(Certo che quando si era esseri unicellulari ci si sdoppiava e si avevano due esseri nuovi senza piu’ memoria del vecchio io e in un caso simile nessuno delle due nuove cellule avrebbe avuto un terribile mal di testa e un senso forte di vomito come me adesso, ma si sa, questo e’ il prezzo da pagare per l’evoluzione!)

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3 Comments

  • moroboschi ha detto:

    grande Talino,
    bellissimo viaggio

  • michele ha detto:

    ragazzi ho divorato questo racconto!
    FA-VO-LO-SO!!!

    voglio partire con voi!!!!!
    bravo TALINO!!!!!

  • Federico ha detto:

    Bello il tuo viaggione! a proposito di inventarti una lingua tutta tua pensa che ho fatto la stessa cosa in Ukraina e Crimea con soddisfacenti risultati… me la son cavata parlando dialetto Bergamasco, forse la durezza della lingua faceva “colpo” ma qualche problema me l’ha risolto.
    Complimenti ancora..

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